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Reazione a catena

17 Apr

Il film italiano della settimana

di Rocco

REAZIONE A CATENA 
di Mario Bava (1971)


“Il genere slasher
 si riferisce a quel gruppo di film horror in cui il protagonista
 indiscusso è un maniaco omicida che da la caccia ad un gruppo di
persone…benché il capostipite sia considerato Halloween,  esistono due 
film precedenti che incarnano tutte le caratteristiche principali dello 
slasher. Un Natale rosso sangue di Bob Clark e Reazione a catena di
 Mario Bava”
Wikipedia



”Gli slasher tipo venerdì tredici sembrano
 averlo copiato spudoratamente senza per altro aver capito l’essenziale:
che Bava non rispetta alcuna regola. E non solo è più colto e più
 i ronico dei suoi presenti epigoni, ma anche molto più cattivo”.

 Alberto Pezzotta autore di una monografia sul regista.



Antefatto:
 Burbank, periferia di Los Angeles: 1968

. Un ragazzino di dieci anni con 
i capelli arruffati e le lenti spesse mangia avidamente pop corn e non
 stacca gli occhi dallo schermo. quella sera si proietta al cinema del 
quartiere Operazione Paura di Mario Bava. Quel ragazzino è Tim Burton,
che definirà un maestro dei colori e delle atmosfere il regista 
italiano. Tim amava molto anche la Maschera del demonio (primo horror
 gotico italiano) e non farà mai mistero di quanto quei film (come 
quelli di Corman e di altri maestri americani) lo abbiano influenzato.

Un paio di anni dopo Bava, girando un film nelle campagne tra Sabaudia
 e Latina farà molto di più, creando di fatto quello che sarà uno dei
 generi più lucrativi della storia del cinema americano: lo slasher,
tipico teen movie dove una donna con gli abiti strappati e inseguita dal
 solito assassino senza volto che brandisce un’ascia, un arpione, una 
sega elettrica e chi più ne ha…
Un genere che Wes Craven ridicolizzerà
anni dopo in Scream.
 Solo per citare le saghe più conosciute:
Halloween di Carpenter, Venerdì 13, Nightmare. Venerdì 13 è sicuramente 
quella che più deve a Mario (nel secondo capitolo, L’assassino ti siede
 accanto, c’è un doppio impalamento esattamente come in Reazione a 
catena).
 Partendo dal primo sconvolgente delitto, Bava che ne mostra 
altri 13 con tanto di particolari raccapriccianti come nello stile del
 papà dello splatter italiano (effetti speciali di Carlo Rambaldi) ma
 comunque mantenendo con la macchina da presa un distacco quasi da 
entomologo. Sigificativo in questo l’altro titolo del film. Ecologia
 del delitto (il titolo iniziale doveva essere Cos’imparano a fare i 
cattivi). Come scriveva William Gording nel suo romanzo il Signore
 delle mosche “gli uomini fanno il male come le api fanno il miele”. La
 storia raccontata è un pretesto ma questo non è un male. L’esplosione 
di violenza non è altro che una reazione spontanea, una causa effetto 
dovuta alla natura dell’uomo, avido e spietato. Bava decide di girare
 questo suo documentario in una baia circondata da villette isolate
(location che diventerà tipica). Nell’ottimo cast spiccano Luigi 
Pistilli, uno dei migliori caratteristi nostrani ed una diabolica 
Claudine Auger. Il beffardo finale è l’apice della cattiveria del
 regista: forse non c’è speranza per il genere umano…


Curiosità:
 Mario 
Bava è figlio di Eugenio Bava, direttore della fotografia di film
 memorabili come Quo Vadis ? (del 1913) e Cabiria, e autore di molti
filmati dell’istituto Luce (passato alla storia quello con il finto
sbarco delle truppe italiane a Malta).
Mario ha lavorato sul set con
grandi registi italiani  come De Sica, Rossellini, Risi, per citarne alcuni, e 
stranieri (Pabst, pluricitato in Inglorious Basterds e Raoul Walsh).
Suo figlio è l’ottimo regista horror Lamberto Bava che in Reazione a 
catena gira la sequenza della morte del pescatore.
Reazione a catena è
 uno dei pochi film di cui Bava, ipercritico verso sé stesso, si disse
soddisfatto. A Bava si deve il lancio della Fenech come attrice (5
 bambole per la luna d’agosto del ’70).
Per molti il suo capolavoro è 
Cani arrabbiati, che non uscì mai nelle sale, ma che trovate in DVD
 anche con il titolo di Semaforo rosso (ve lo consigliamo). E’ anche 
ritenuto il padre del giallo thriller italiano con la La ragazza che
 sapeva troppo, un film alla Hitchcock che ispirerà tutta la filmografia 
di Argento.
Dileggiato dalla critica ai tempi, è giustamente
 riconosciuto come un pioniere che ha portato lo spettatore italiano,
abituato all’epoca a piangere o ridere, verso territori oscuri e
sconosciuti diventati poi materia del cinema più popolare amato.

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Non si sevizia un paperino

31 Mar

Il film italiano della settimana di Rocco

Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci (1972)

“Non si sevizia un paperino rientra perfettamente nelle regole più bieche di questo genere di imitazione: disonestà nell’impiego della suspense, abuso di particolari orripilanti, sadomasochismo a piene mani, recitazione a ruota libera, disprezzo della logica”  Morando Morandini

“E’ il mio film meglio riuscito” Lucio Fulci

“…nuova genesi del thriller italiano, fulcro ed insieme summa stilistica e tematica dell’opera di Fulci” Nocturno

Noi siamo con Lucio. E’ uno dei padri del cinema gore-splatter italiano, uno che ha spaziato nel cinema di genere definendosi un “terrorista”, un regista capace comunque sempre di dare un’impronta forte ai suoi film soprattutto grazie alla rappresentazione della violenza, visionaria e spesso anatomicamente inattendibile (nonostante la sua laurea in medicina). Dallo Spaghetti Western all’horror, passando per il poliziottesco (difficile dimenticarsi Luca il contrabbandiere, con le pallottole che squarciano la guancia e la donna torturata con la fiamma ossidrica), Fulci non ha sempre sfornato opere eccelse, ma sicuramente pellicole originali, sovversive, intrise del suo genio a tinte rosso sangue.

La violenza, comunque (anche se sicuramente presente in maniera considerevole fra cadaveri di bimbi, massacri di donne a tempo di rock e lo sfracellamento finale, opera addirittura del grande Carlo Rambaldi), non è l’elemento di maggior rilievo di Non si sevizia un paperino, né il più disturbante. Si respira perversione, c’è un’ambientazione nel profondo sud, una Twin Peaks lucana dove, sotto un sole che acceca, l’universo malato e violento immaginato dal regista prende forma. Un luogo dove superstizione e fede religiosa si fondono attingendo entrambe all’ignoranza e al pregiudizio. Non si assiste solo all’efferata violenza contro ai bambini, ma anche alla feroce discriminazione verso i “diversi”: lo scemo del paese, la donna del nord che gira in abiti succinti (la splendida Barbara Bouchet), la presunta strega (l’intensa Florinda Bolkan), il giornalista capellone (un giovane Milian qui doppiato da Pino Colizzi e non dal solito romanesco di Amendola). Come spesso capita alcune di queste figure riusciranno a redimersi evidenziando in parte la loro umanità, mentre la faccia buona del paese mostrerà il male che cova sotto la sua ipocrita coltre di riospettabilità (da questa descrizione della provincia sicuramente prenderà spunto quattro anni dopo Avati per il bellissimo La casa dalle finestre che ridono). E’ un film che tocca varie forme e sembra non assumerne una precisa, ma che paradossalmente si mantiene compatto nella sua struttura giallo-horror (cosa che Fulci non riuscirà a ripetere in Sette note in nero). Ha anche il merito di seguire in parte i canoni del thriller argentiano riuscendo comunque ad affrancarsi mantenendo un proprio stile.

Metamorfosi

28 Feb

Il cigno nero, l’ultimo controverso film di Darren Aronofsky, e Il bacio della pantera, thriller del ’42 di Jacques Tourneur, offrono, se visti contiguamente come ha fatto Betty, un bell’esempio per parlare della dialettica che intercorre spesso e volentieri fra autorialità e cinema di genere. Anzi, potremmo dire che mostrano chiaramente come a volte un film d’autore abbia una sua coerenza solo se considerato come film di genere (senza troppi eufemismi, di come un film che si crede d’autore possa essere invece un film puramente trash) e come invece quello che nasce come un film di genere possa diventare un sublime esempio di Settima Arte.

Si è parlato già moltissimo di Black Swan e la trama è nota: Nina (Natalie Portman) è la nuova etoile chiamata a impersonare entrambe le protagoniste del Lago dei Cigni, Odette e Odile, e costretta perciò a fare i conti col suo lato “oscuro”: quello inconsciamente attratto dal coreografo Vincent Cassel e dalla spregiudicata compagna Mila Kunis, quello che vuole ribellarsi alle pressioni della madre avendone però interiorizzata l’ossessione alla perfezione. Meno pretenzioso quanto a approfondimento psicologico e filosofico è invece Cat people: Irena (Simone Simon), giovane disegnatrice di moda serba appena trasferitasi negli Stati Uniti, è convinta di avere in sé il sangue di una stirpe di felini, e teme che se dovesse abbandonarsi alla passione il suo lato feroce verrebbe fuori uccidendo l’ingenuo neo-sposo, che non crede alla sua storia. Complici gelosia, frustrazione e uno psicanalista concupiscente, alla fine si scopre che Irena aveva ragione.

I due film hanno parecchi spunti in comune: in entrambi è presente il tema del doppio, quello delle pulsioni sessuali represse, il peso tragico dell’eredità, l’isteria femminile, il simbolismo zoologico, financo l’effetto della finzione (le leggende slave per Irena, la trama del balletto di Čajkovskij per Nina) sulla costruzione dell’identità reale. Ma sono affrontati in modo molto diverso, e la chiave della differenza sta nella decisione di cosa rappresentare e cosa non.

Il film di Aronofsky dice tutto, e, se escludiamo l’azzecato stile registico nervoso, che è l’unico vero aspetto artistico dell’intero film, ha parecchi, forse troppi aspetti approssimativi che lo rendono in definitiva poco più che un film horror riuscito. Tanto per cominciare è (appunto) didascalico. Specchi, trasformazioni, visioni, clichè, dialoghi pleonastici e “sottili metafore” come statue alate e piedi palmati…se il cinema d’autore è quello che non considera scemo lo spettatore è chiaro che qui siamo da un’altra parte.
Poi. Spettacolarizzazione: checked. Vogliamo parlare degli effetti in digitale come i dipinti della madre che parlano o (mon dieu) le gambe che le si piegano all’indietro? Tamarri, fastidiosi, gratuiti, francamente evitabili, e il film ne avrebbe guadagnato in credibilità. Senza dimenticare, oltre alle trovate eccessive, quelle inverosimili: un coreografo di danza classica etero? C’mon, dude…

Come si può avere lo stesso crescendo di angoscia, allucinazione e delirio in modo raffinato e verosimile ce lo dimostra proprio il b-movie senza pretese di Tourneur: attraverso il non detto. Ed è molto interessante il fatto che, paradossalmente, mentre Nina immagina soltanto di trasformarsi in un cigno, Irena diventi davvero una pantera. Eppure, non avendone i mezzi (il film fu girato con un budget inferiore ai 140.000 dollari per tentare di risollevare le sorti economiche della R.K.O.), la trasformazione -come tutta la tensione (erotica e ferina) che la precede- è soltanto lasciata intuire. Niente specchi, Irena si vede nella pantera allo zoo, nella donna-gatto che la saluta al ristorante.

Viene da pensare alla famosa distinzione hitchcockiana fra suspense e colpo di scena. Ci sono un bel po’ di colpi di scena –o più che altro di scene che ti fanno prendere un colpo- in Black Swan, ma tutta la durevole inquietudine che lascia un film basato su premesse già note ma non esplicitate manca, e la si trova invece in Cat People, tutto giocato sul filo di una studiata e angosciosa Spannung più che di un climax esplosivo. Esattamente come senza troppe ambizioni speculative ma con sobrietà e acume viene illustrato il crescendo di ostilità di Irena verso la sua rivale in amore, la collega del marito -così stomachevolmente cheesy e benevola da fare impallidire Melania Hamilton di Via col vento-. Il film funziona infatti anche perché Irena è un personaggio complesso, tormentato, accattivante, mentre la sua antagonista è un’educanda tanto sinceramente preoccupata delle sue sorti da rubarle il marito (è lei la vera gattamorta!). Al contrario la rivale di Nina è la conturbante Kunis per cui si fa tutti il tifo (anche se la sequenza delle loro “innocenti evasioni” in discoteca ti fa chiedere con orrore se a un certo punto in cabina non hanno cambiato pellicola e messo Thirteen). Insomma come si fa a identificarsi con la timorata Portman sempre col sopracciglio corrucciato e l’occhione lacrimevole? Non è una discesa agli inferi: lei è fuori di testa dall’inizio!

Il film di Aronofsky, mondato dei suoi elementi di megalomania autoriale, delle sue pretese da Art Cinema di sondare gli abissi dell’animo umano, riesce ad avere un senso se letto come un connubio esaltante di thriller, melodramma e horror, condito di graditi lustrini pop nei momenti adatti. Al contrario, ne Il bacio della pantera mancano i fuochi d’artificio sia tecnici che di sceneggiatura, ma ne viene fuori un film sottile ma profondo sull’eterna lotta, anche interiore, fra -come va di moda dire ultimamente- “donne perbene e donne permale”.
Resta solo da dire che, amando Betty le tamarrate, si è goduta il cigno tanto quanto i felini, e invita tutti a fare altrettanto, compresa l’Academy che la deve smettere di spacciare i suoi Awards per qualcosa di serio. Tanto non ci crede nessuno.

Elisa Cuter

Betty W’s coming to town!

3 Dic


Come in molti saprete, il Cinema di B-etty è un progetto nato a Torino, città che da qualche tempo si sta riscoprendo a tutti gli effetti capitale del cinema: in tanti saranno andati al Museo del Cinema, al Tff, quasi tutti saprete che qui sono stati girati Santa Maradona, Profondo Rosso o Cabiria. Ma quanti di voi conoscono le chicche di genere girate e/o ambientate nel capoluogo piemontese? Sono in arrivo quattro puntate speciali dedicate ai film torinesi deteriori preferiti dal vostro manichino preferito. Da non perdere.