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Non si sevizia un paperino

31 Mar

Il film italiano della settimana di Rocco

Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci (1972)

“Non si sevizia un paperino rientra perfettamente nelle regole più bieche di questo genere di imitazione: disonestà nell’impiego della suspense, abuso di particolari orripilanti, sadomasochismo a piene mani, recitazione a ruota libera, disprezzo della logica”  Morando Morandini

“E’ il mio film meglio riuscito” Lucio Fulci

“…nuova genesi del thriller italiano, fulcro ed insieme summa stilistica e tematica dell’opera di Fulci” Nocturno

Noi siamo con Lucio. E’ uno dei padri del cinema gore-splatter italiano, uno che ha spaziato nel cinema di genere definendosi un “terrorista”, un regista capace comunque sempre di dare un’impronta forte ai suoi film soprattutto grazie alla rappresentazione della violenza, visionaria e spesso anatomicamente inattendibile (nonostante la sua laurea in medicina). Dallo Spaghetti Western all’horror, passando per il poliziottesco (difficile dimenticarsi Luca il contrabbandiere, con le pallottole che squarciano la guancia e la donna torturata con la fiamma ossidrica), Fulci non ha sempre sfornato opere eccelse, ma sicuramente pellicole originali, sovversive, intrise del suo genio a tinte rosso sangue.

La violenza, comunque (anche se sicuramente presente in maniera considerevole fra cadaveri di bimbi, massacri di donne a tempo di rock e lo sfracellamento finale, opera addirittura del grande Carlo Rambaldi), non è l’elemento di maggior rilievo di Non si sevizia un paperino, né il più disturbante. Si respira perversione, c’è un’ambientazione nel profondo sud, una Twin Peaks lucana dove, sotto un sole che acceca, l’universo malato e violento immaginato dal regista prende forma. Un luogo dove superstizione e fede religiosa si fondono attingendo entrambe all’ignoranza e al pregiudizio. Non si assiste solo all’efferata violenza contro ai bambini, ma anche alla feroce discriminazione verso i “diversi”: lo scemo del paese, la donna del nord che gira in abiti succinti (la splendida Barbara Bouchet), la presunta strega (l’intensa Florinda Bolkan), il giornalista capellone (un giovane Milian qui doppiato da Pino Colizzi e non dal solito romanesco di Amendola). Come spesso capita alcune di queste figure riusciranno a redimersi evidenziando in parte la loro umanità, mentre la faccia buona del paese mostrerà il male che cova sotto la sua ipocrita coltre di riospettabilità (da questa descrizione della provincia sicuramente prenderà spunto quattro anni dopo Avati per il bellissimo La casa dalle finestre che ridono). E’ un film che tocca varie forme e sembra non assumerne una precisa, ma che paradossalmente si mantiene compatto nella sua struttura giallo-horror (cosa che Fulci non riuscirà a ripetere in Sette note in nero). Ha anche il merito di seguire in parte i canoni del thriller argentiano riuscendo comunque ad affrancarsi mantenendo un proprio stile.