Archive | giugno, 2011

Milano odia: la polizia non può sparare

6 Giu

Umberto Lenzi, 1974

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Giulio Sacchi, un poveretto pieno di sé residente a Sesto San Giovanni, non ha la minima voglia di lavorare. Come sfamarsi? Rapinando una banca. Se va male la rapina, si possono chiedere i soldi alla fidanzata. Se la fidanzata non ne ha, dopo averla volgarmente posseduta si può sempre scassinare un distributore di sigarette, uccidendo un poliziotto anzichenò. Finché non si arriva a organizzare un sequestro di persona (Marilù, la figlia del commendatore), seminando terrore per mezzo Naviglio e mandando al creatore un sostanzioso numero di anime. Architettando, di conseguenza, un complicato sistema di alibi, tutto potrebbe anche filare liscio, a meno che il poveretto in questione non abbia una personalità esuberante, maniacale e sadica, e che la polizia non gli metta i bastoni fra le ruote.

Questa, molto concisamente, è la trama.

Non c’è onniscienza, consapevolezza o senso della giustizia che tengano: ogni volta che rivedo questo film non riesco a stare dalla parte del commissario. Sarà la recitazione straordinaria di Tomas Milian, impegnato in un’interpretazione che lo costringe a passare dalla ferocia di una crudeltà spietata all’innocenza di un martire zozzo, ma ogni volta provo un senso di fastidio verso quelle che qualcuno chiama “le forze del bene”: spero sempre, fino alla fine, che Giulio Sacchi la scampi.

Probabilmente è il sottile lavoro psicologico operato dal regista Umberto Lenzi a scatenare in me questo antigiustizialismo. Ogni personaggio è costruito secondo una sensibilità diversa, che segue un ordine stabilito: c’è il livello della giustizia, riservato al commissario. Poi quello dell’innocenza, dove si colloca la povera Iole Tucci, fidanzata di Giulio, freddamente gettata dalla scogliera di un lago da parte del di lei compagno. Segue il gradino dei morti ammazzati, siano essi poliziotti o criminali, borghesi o marchettare, senza distinzione, rispettivamente, di livello d’onestà o ceto sociale: indispensabile, però, per sviluppare il tema della lotta tra classi. Poi c’è il primo girone, quello degli assassini; è il girone di Carmine e Vittorio, ma non quello di Giulio: a lui spetta il livello peggiore, quello dei crudeli, perché uccide a sangue freddo, senza chiedersi se ne valesse la pena, ma di contro giustificando sempre il suo atto come necessario alla riuscita del piano.

Si veda lo schema come un cerchio, nel quale quest’ultimo anello si ricollega con il primo.

Alla fine del film le parti si invertono: Giulio entra nel livello della giustizia (non ai nostri occhi forse, ma a quelli di un ipotetico fruitore reale sì), perché assolto dai suoi capi d’accusa e messo al patibolo della giustizia sommaria del commissario, che senza uno straccio di prova spara, ritrovandosi al posto di Giulio nel girone dei crudeli.

Ho concepito questa struttura perché trovo lampante come Lenzi cerchi di analizzare i problemi di una società in contrasto con le sue componenti, e delle componenti della società in contrasto con se stesse: Giulio è un “dritto”, ma davanti alla morte ha paura; Iole è innamorata, ma pronta a denunciare il suo amato; Carmine uccide, ma muore cercando di vendicare la rapita; Vittorio è un assassino e obbedisce a Giulio, ma quando scopre che questo ha ammazzato l’amico cerca di aggredirlo e viene ucciso.

Analisi psicologica e strutturale a parte, eccoci arrivati ai punti che più interessano i lettori di Betty: pallottole e sangue, sex and violence. I morti non stanno sulle dita di due mani, per quanto gli omicidi non siano troppo truculenti: una scena che vale molto è quella nella casa in cui si rifugia Marilù, nella quale vengono uccise due donne, due uomini e una bambina. Le due donne e uno degli uomini vengono appesi a un lampadario e periscono sotto colpi di mitra, dopo che Giulio ha ucciso la figlia di una delle donne. Mio padre ne è rimasto sconcertato, e dopo anni che non vedeva il film ha chiuso gli occhi.

Infine, a livello tecnico questo film è una perla della cinematografia italiana. Godibilissimi raccordi tra le sequenze, e tra i più svariati: messa a fuoco graduale, ripresa delle battute o continuazione logica tra una scena e l’altra e chi più ne ha, più ne metta. Immancabili gli zoom rapidi nei momenti di tensione, soprattutto sui primi piani del viso dal basso in alto e sui cadaveri o (più raffinato) sul sangue dall’alto in basso. Zero soggettive. Molte riprese dall’auto, e pochissimi carrelli, ma un numero incalcolabile di zoom in avanti a stacco scena e all’indietro in apertura. Sì, hanno abusato di zoom.

Tirando le somme, il film è interessante sul piano psicologico, godibile per quel che riguarda la trama, formidabile stilisticamente ed esaltante per gli estimatori del genere. Betty e il sottoscritto lo consigliano a tutti, tranne ai bambini, ai romantici e ai sior Brambilla. E se c’è un ultimo avviso da dare, come se la violenza, il sangue e le atrocità di vario genere non bastassero, è che Tomas Milian mastica la gomma per l’ottanta percento del girato.

Mars Attacks!

4 Giu

Tim Burton, 1996

di Giannantonio Nero

Come fare il verso scanzonato alla fantascienza degli anni ’50? Tim Burton propone la sua versione dei fatti. Il regista, che aveva precedentemente diretto il film biografico Ed Wood (1994), su uno degli indiscussi maestri del genere b-movie, lascia le sue tipiche atmosfere gothic-dark, per dedicarsi ad uno stile che si avvicina molto all’animazione, ad esempio i cattivissimi invasori spaziali sono realizzati utilizzando la computer grafica.
Anche se sembra ambientata in un’epoca contemporanea, la pellicola, come già detto, richiama uno stile simile a quello degli anni ’50, soprattutto notiamo l’anacronistica presenza di armi e mezzi di trasporto dei quali lo zio Sam non dispone da alcuni decenni. Il tutto è chiaramente voluto da Burton, proprio per omaggiare il genere fantascientifico tipico in passato.

Nel film si intrecciano le vite e le vicende di americani più o meno normali. Il presidente Jack Nicholson, la first lady Glenn Close e la loro figlia, la neo vincitrice dell’Oscar Natalie Portman. I tipici provincialotti cafoni, tra i quali un giovane Jack Black marine fanatico. Un gruppetto di vari personaggi a Las Vegas, con un cameo di Tom Jones nella parte di sé stesso, oltre a Danny de Vito e ancora Jack Nicholson, nei panni di un poco onesto proprietario di hotel-casinò, che viene distrutto nell’attacco a Las Vegas. Proprio queste scene vennero girate dal vivo, quando casualmente ci fu la necessità di demolire un vecchio edificio per fare posto a nuove strutture, pratica molto diffusa e consueta nella famosa città del gioco d’azzardo, e poi montate con tutto il resto. I militari non del tutto convinti sulle intenzioni dei visitatori extraplanetari, con Pierce Brosnan, penultimo 007 sul grande schermo, nella parte del consulente scientifico della Casa Bianca, convinto della venuta pacifica dei marziani. Il mondo dell’informazione giornalistica a caccia di scoop, con le sembianze di Michael J. Fox e di Sara Jessica Parker (simpatico il trattamento riservato alla futura Carrie di Sex and the city dagli invasori alieni), che offrono ai cine e tele spettatori una descrizione del primo incontro tra terrestri e marziani molto simile a quella della famosa trasmissione radiofonica ad opera di Orson Welles.
Un cast “stellare”, che fa da cornice alla divertente storia, dalla recitazione certamente non tra le più impegnate di Hollywood. Senza trascurare i molto aggressivi omini verdi, in questo caso più grigiastri, dal corpo smunto, il tipico testone alieno e gli occhioni sparati fuori dalle orbite.

Fin dal primo contatto sono chiare le intenzioni bellicose dei cattivissimi marziani, che spazzano via ogni forma di opposizione terrestre a colpi di raggi laser disintegratori e che poco apprezzano le forme di vita umane, tranne che per i vizi e i divertimenti.

A differenza di Mars Attacks!, all’epoca delle pellicole originali, gli omini verdi, provenienti dal Pianeta Rosso, si collocavano idealmente al fianco di altri storici nemici della cinematografia a stelle e strisce: i redskin, i pellerossa. Il rosso aveva una precisa simbologia negli USA, perché i rossi erano i sovietici, ma anche i comunisti in genere, il nemico numero 1 del popolo statunitense in quegl’anni, tra paure nucleari e caccia alle streghe Maccartista.
Ovviamente, all’epoca dell’uscita di Mars Attacks! si era lontani alcuni anni dalla caduta del Muro e dagli ideali politici di decenni prima.

Si potrebbe fare, invece, un particolare accostamento con un’altra produzione sci-fi proprio dello stesso 1996: Indipendence Day. Mentre Tim Burton ha volutamente proposto un approccio comico al genere catastrofico spaziale come personale tributo, Roland Emmerich ha affrontato lo stesso tema in maniera seria, strizzando l’occhio ad alcune celebri teorie del complotto (lo schianto UFO su Roswell, presunti rapimenti alieni, la misteriosa Area 51). Un fattore comune tra le due produzioni, però, è l’iniziale e, a quanto si capisce nel corso dei minuti, infondata fiducia da parte dei terrestri in intenzioni pacifiche da parte degli invasori.

Tuttavia, come nella stragrande maggioranza delle pellicole con antagonisti extraterrestri ostili, anche in Mars Attacks! alla fine gli esseri umani, sebbene disperati, stremati e tecnologicamente inferiori, arrivano alla vittoria, tra manifestazioni di giubilo e, soprattutto, di fratellanza planetaria, presenti, forse, solo nella fantascienza cinematografica.