Tag Archives: giannantonio nero

L’uomo che visse nel futuro

7 Dic

George Pal, 1960

Il viaggio nel tempo è uno dei grandi sogni inespressi, delle utopie scientifiche del genere umano, al pari del volo senza propulsione meccanica, dell’invisibilità o del teletrasporto. I recenti esperimenti del CERN di Ginevra sui neutrini oltre che a voler detronizzare la teoria della Relatività di Einstein, potrebbero produrre risultati riguardanti lo studio del Tempo.

 L’uomo che visse nel futuro è certamente uno dei molti film sull’argomento, forse uno dei più noti, tanto da meritarsi un remake nel 2002 The Time Machine, per la regia di Simon Wells, con protagonista Guy Pearce e dove nei panni del tirannico nemico, capo dei Morlock, troviamo un poco riconoscibile Jeremy Irons. La trama della pellicola del ‘60 è piuttosto semplice. Nel 1899, un luminare più o meno eminente della comunità scientifica britannica, interpretato da Rod Taylor, ossessionato dallo scorrere del tempo (ne sono prova le decine di orologi presenti nel suo salotto), mette a punto un mirabolante macchinario, che nel rifacimento contemporaneo appare migliorato sotto l’aspetto tecnico e scenografico, citato anche nell’episodio Come eravamo…A Springfield della diciottesima stagione dei Simpson, in cui il professor Frink realizza un triciclo temporale somigliante nei particolari salienti alla nostra macchina del tempo. Nel corso del suo peregrinare attraverso le epoche, lo scienziato George, alter ego di Herbert George Wells, incontra vecchi e nuovi amici, si imbatte in catastrofi naturali e umane, contrasta mostruosi nemici e, perché no, si sofferma in riflessioni sulla moda femminile al passo coi tempi, il tutto narrato in modo onnisciente dal protagonista, che durante il film espone le sue innocenti riflessioni. Fino a giungere in un remoto futuro, in cui gli esseri umani non sono altro che inebetiti animali da cortile per i malvagi e sotterranei Morlock, caratteristica che li differenzia dai corrispettivi della pellicola del 2002, molto più simili alle popolazioni native americane e tutt’altro che imbambolati.

 Probabilmente, il più grande limite della macchina del tempo di George Pal sta nel fatto di non potersi muovere anche nello Spazio. E’ quello che fanno notare quasi subito i secchioni di Big Bang theory, che nell’episodio La macchina del tempo, appunto, acquistano su un’asta online quello che credono essere un modellino e che poi si rivelerà essere una riproduzione a grandezza naturale di quella utilizzata nella pellicola originale del 1960. Con tutto quello che rappresenta per quattro super-nerd bamboccioni avere un grosso giocattolo sfizioso nel proprio appartamento.

Il portentoso trabiccolo, inoltre, non è sicuramente la molto più cool DeLorean DMC12 assemblata da Emmett Lathrop Brown nella trilogia di Ritorno al futuro oppure la fuoriserie del film fanta-horror Frankenstein oltre le frontiere del tempo scritto, prodotto e diretto da Roger Corman nel 1990. Il protagonista, anche se dimostra coraggio da vendere , non si avvicina all’estro di Martin McFly e si discosta molto dal cliché dello scienziato vecchio o pazzo e in questo Simon Wells è rimasto fedele all’originale.

 Classico esempio di fantascienza vintage, L’uomo che visse nel futuro deve la sua genesi letteraria al genio di H.G.Wells, tra i capostipiti degli scrittori sci-fi, dalle cui opere sono stati tratti altri famosi film appartenenti al genere. Come al solito queste vecchie produzioni indovinano ben poco del futuro reale, ma tutto diventa lecito, con un occhio di riguardo agli “antichi” effetti speciali, tanto validi da meritarsi un Oscar nel 1961, e all’intrattenimento ed i sogni donati agli spettatori di ogni epoca.

Giannantonio Nero

Annunci

Mars Attacks!

4 Giu

Tim Burton, 1996

di Giannantonio Nero

Come fare il verso scanzonato alla fantascienza degli anni ’50? Tim Burton propone la sua versione dei fatti. Il regista, che aveva precedentemente diretto il film biografico Ed Wood (1994), su uno degli indiscussi maestri del genere b-movie, lascia le sue tipiche atmosfere gothic-dark, per dedicarsi ad uno stile che si avvicina molto all’animazione, ad esempio i cattivissimi invasori spaziali sono realizzati utilizzando la computer grafica.
Anche se sembra ambientata in un’epoca contemporanea, la pellicola, come già detto, richiama uno stile simile a quello degli anni ’50, soprattutto notiamo l’anacronistica presenza di armi e mezzi di trasporto dei quali lo zio Sam non dispone da alcuni decenni. Il tutto è chiaramente voluto da Burton, proprio per omaggiare il genere fantascientifico tipico in passato.

Nel film si intrecciano le vite e le vicende di americani più o meno normali. Il presidente Jack Nicholson, la first lady Glenn Close e la loro figlia, la neo vincitrice dell’Oscar Natalie Portman. I tipici provincialotti cafoni, tra i quali un giovane Jack Black marine fanatico. Un gruppetto di vari personaggi a Las Vegas, con un cameo di Tom Jones nella parte di sé stesso, oltre a Danny de Vito e ancora Jack Nicholson, nei panni di un poco onesto proprietario di hotel-casinò, che viene distrutto nell’attacco a Las Vegas. Proprio queste scene vennero girate dal vivo, quando casualmente ci fu la necessità di demolire un vecchio edificio per fare posto a nuove strutture, pratica molto diffusa e consueta nella famosa città del gioco d’azzardo, e poi montate con tutto il resto. I militari non del tutto convinti sulle intenzioni dei visitatori extraplanetari, con Pierce Brosnan, penultimo 007 sul grande schermo, nella parte del consulente scientifico della Casa Bianca, convinto della venuta pacifica dei marziani. Il mondo dell’informazione giornalistica a caccia di scoop, con le sembianze di Michael J. Fox e di Sara Jessica Parker (simpatico il trattamento riservato alla futura Carrie di Sex and the city dagli invasori alieni), che offrono ai cine e tele spettatori una descrizione del primo incontro tra terrestri e marziani molto simile a quella della famosa trasmissione radiofonica ad opera di Orson Welles.
Un cast “stellare”, che fa da cornice alla divertente storia, dalla recitazione certamente non tra le più impegnate di Hollywood. Senza trascurare i molto aggressivi omini verdi, in questo caso più grigiastri, dal corpo smunto, il tipico testone alieno e gli occhioni sparati fuori dalle orbite.

Fin dal primo contatto sono chiare le intenzioni bellicose dei cattivissimi marziani, che spazzano via ogni forma di opposizione terrestre a colpi di raggi laser disintegratori e che poco apprezzano le forme di vita umane, tranne che per i vizi e i divertimenti.

A differenza di Mars Attacks!, all’epoca delle pellicole originali, gli omini verdi, provenienti dal Pianeta Rosso, si collocavano idealmente al fianco di altri storici nemici della cinematografia a stelle e strisce: i redskin, i pellerossa. Il rosso aveva una precisa simbologia negli USA, perché i rossi erano i sovietici, ma anche i comunisti in genere, il nemico numero 1 del popolo statunitense in quegl’anni, tra paure nucleari e caccia alle streghe Maccartista.
Ovviamente, all’epoca dell’uscita di Mars Attacks! si era lontani alcuni anni dalla caduta del Muro e dagli ideali politici di decenni prima.

Si potrebbe fare, invece, un particolare accostamento con un’altra produzione sci-fi proprio dello stesso 1996: Indipendence Day. Mentre Tim Burton ha volutamente proposto un approccio comico al genere catastrofico spaziale come personale tributo, Roland Emmerich ha affrontato lo stesso tema in maniera seria, strizzando l’occhio ad alcune celebri teorie del complotto (lo schianto UFO su Roswell, presunti rapimenti alieni, la misteriosa Area 51). Un fattore comune tra le due produzioni, però, è l’iniziale e, a quanto si capisce nel corso dei minuti, infondata fiducia da parte dei terrestri in intenzioni pacifiche da parte degli invasori.

Tuttavia, come nella stragrande maggioranza delle pellicole con antagonisti extraterrestri ostili, anche in Mars Attacks! alla fine gli esseri umani, sebbene disperati, stremati e tecnologicamente inferiori, arrivano alla vittoria, tra manifestazioni di giubilo e, soprattutto, di fratellanza planetaria, presenti, forse, solo nella fantascienza cinematografica.

I Cinespazzini

21 Apr

Betty è orgogliosa di pubblicare questa amorevole parodia ad opera dei suoi più attivi e affezionati collaboratori.

Punto Zero di Richard C. Sarafian (1971)

12 Apr

Di Giannantonio Nero

Ritmo incalzante, lo sconfinato deserto americano, un’automobile bianca lanciata a tutta velocità sulla tipica highway statunitense.

E’ questo il leitmotiv di Punto Zero, film d’exploitation del 1971. La pellicola scorre frenetica, quanto i chilometri orari, accompagnata da una colonna sonora perfettamente uniformata alle immagini. Nei 99 minuti di durata, i dialoghi del protagonista Kowalski, interpretato da Barry Newman, sono ridotti all’osso. Per riempire questo vuoto, oltre al sempre urlante Cleavon Little (lo sceriffo fuori dagli schemi di Mezzogiorno e mezzo di fuoco), nei panni del dj cieco Superanima, possiamo ascoltare musica come se uscisse dagli altoparlanti dell’auto e contaminasse l’intero margine fisico del girato, dettando il ritmo dell’azione. A tutto ciò si aggiungono le sirene della polizia, lo stridore dei pneumatici e il poderoso rombo del motore della Dodge Challenger R/T del ’70.

Non è chiaro il motivo per il quale Kowalski si getti nell’ambiziosa corsa da Denver a San Francisco, attraverso quattro stati e per migliaia di chilometri. Non è certamente per la scommessa fatta con il pusher di fiducia né tanto meno per senso di professionalità nel mestiere di trasporto macchine. Effettivamente, all’inizio e per tutto il film sono poche le cose che si conoscono del protagonista. Grazie all’incontro con personaggi minori, però, il pubblico viene a conoscenza di flashback del suo passato, le sue esperienze di pilota da corsa, la vita di onesto poliziotto, la guerra nel Vietnam, l’amore tragicamente interrotto con la bella surfista hippy.

I personaggi minori sono anche quelli che hanno un proprio sviluppo psicologico, tralasciando le forze di polizia, tutte uguali fra loro se non fosse per il colore delle divise. Così, mentre alcuni provano ad intralciare il cammino del protagonista: la coppia gay che tenta di rapinarlo, il pilota a bordo di una sportivissima Jaguar che cerca di buttarlo fuori strada; altri lo aiutano nella sua corsa verso il traguardo: l’affabile nonnetto che, in cambio di un passaggio, lo tira fuori dal deserto in cui si era smarrito, la coppia naturista che svia i posti di blocco per permettergli il passaggio, Superanima (Supersoul nell’originale) che lo incita e conduce verso il finale.

Ed è proprio il vulcanico dj ad elevarlo al ruolo di antieroe contro la società civile. Infatti, le azioni dell’imprendibile fuggiasco contrastano con il senso comune, la lotta contro la polizia può essere intesa come la lotta contro la società stessa. Siamo nel periodo post-Woodstock, in un epoca di grande fermento sociale e Punto Zero è stato accumunato per tematiche (la strada, la ribellione, ma anche il massiccio uso di sostanze stupefacenti) ad un altro cult, Easy Rider di appena 2 anni prima.

In un finale esplosivo, in tutti i sensi, Kowalski affronta la sua ultima sfida con un’espressione di pace interiore dipinta sul volto, forse consapevole di non avere più nulla da perdere e di aver raggiunto il proprio obiettivo, sempre rimasto nascosto allo spettatore.

Grande successo del genere d’explotation, si è meritato negli anni numerose citazioni nel mondo del cinema e della musica. Nel 1997 la Fox trasmise un remake con protagonista Viggo Mortensen (Aragorn nella triologia de Il signore degli anelli). Nello stesso anno la band scozzese Primal Scream produsse l’album Vanishing Point, liberamente ispirato alla pellicola di Sarafian. Inoltre, nel 2002 era possibile vedere i quattro rockettari Audioslave a bordo della stessa auto del film, nel videoclip del brano Show me how to live, composto dall’abile montaggio di scene originali con altre girate ex novo recitatete da Chris Cornell e co. Sua maestà Quentin Tarantino ne ha dato il proprio tributo nel suo Death Proof del 2007, in cui le tre tostissime ragazze citano numerose volte la pellicola del ’71 e guidano una Dodge Challenger identica all’auto di Punto Zero. Infine, come già accaduto alla Ford Mustang ed alla Chevrolet Camaro, anche la Dodge Challenger ha la sua erede moderna, datata 2006, per cui si era vociferato di una produzione commemorativa (e dal valore alquanto commerciale), interpretato dallo stesso Barry Newman.