Tag Archives: Il bacio della pantera

Metamorfosi

28 Feb

Il cigno nero, l’ultimo controverso film di Darren Aronofsky, e Il bacio della pantera, thriller del ’42 di Jacques Tourneur, offrono, se visti contiguamente come ha fatto Betty, un bell’esempio per parlare della dialettica che intercorre spesso e volentieri fra autorialità e cinema di genere. Anzi, potremmo dire che mostrano chiaramente come a volte un film d’autore abbia una sua coerenza solo se considerato come film di genere (senza troppi eufemismi, di come un film che si crede d’autore possa essere invece un film puramente trash) e come invece quello che nasce come un film di genere possa diventare un sublime esempio di Settima Arte.

Si è parlato già moltissimo di Black Swan e la trama è nota: Nina (Natalie Portman) è la nuova etoile chiamata a impersonare entrambe le protagoniste del Lago dei Cigni, Odette e Odile, e costretta perciò a fare i conti col suo lato “oscuro”: quello inconsciamente attratto dal coreografo Vincent Cassel e dalla spregiudicata compagna Mila Kunis, quello che vuole ribellarsi alle pressioni della madre avendone però interiorizzata l’ossessione alla perfezione. Meno pretenzioso quanto a approfondimento psicologico e filosofico è invece Cat people: Irena (Simone Simon), giovane disegnatrice di moda serba appena trasferitasi negli Stati Uniti, è convinta di avere in sé il sangue di una stirpe di felini, e teme che se dovesse abbandonarsi alla passione il suo lato feroce verrebbe fuori uccidendo l’ingenuo neo-sposo, che non crede alla sua storia. Complici gelosia, frustrazione e uno psicanalista concupiscente, alla fine si scopre che Irena aveva ragione.

I due film hanno parecchi spunti in comune: in entrambi è presente il tema del doppio, quello delle pulsioni sessuali represse, il peso tragico dell’eredità, l’isteria femminile, il simbolismo zoologico, financo l’effetto della finzione (le leggende slave per Irena, la trama del balletto di Čajkovskij per Nina) sulla costruzione dell’identità reale. Ma sono affrontati in modo molto diverso, e la chiave della differenza sta nella decisione di cosa rappresentare e cosa non.

Il film di Aronofsky dice tutto, e, se escludiamo l’azzecato stile registico nervoso, che è l’unico vero aspetto artistico dell’intero film, ha parecchi, forse troppi aspetti approssimativi che lo rendono in definitiva poco più che un film horror riuscito. Tanto per cominciare è (appunto) didascalico. Specchi, trasformazioni, visioni, clichè, dialoghi pleonastici e “sottili metafore” come statue alate e piedi palmati…se il cinema d’autore è quello che non considera scemo lo spettatore è chiaro che qui siamo da un’altra parte.
Poi. Spettacolarizzazione: checked. Vogliamo parlare degli effetti in digitale come i dipinti della madre che parlano o (mon dieu) le gambe che le si piegano all’indietro? Tamarri, fastidiosi, gratuiti, francamente evitabili, e il film ne avrebbe guadagnato in credibilità. Senza dimenticare, oltre alle trovate eccessive, quelle inverosimili: un coreografo di danza classica etero? C’mon, dude…

Come si può avere lo stesso crescendo di angoscia, allucinazione e delirio in modo raffinato e verosimile ce lo dimostra proprio il b-movie senza pretese di Tourneur: attraverso il non detto. Ed è molto interessante il fatto che, paradossalmente, mentre Nina immagina soltanto di trasformarsi in un cigno, Irena diventi davvero una pantera. Eppure, non avendone i mezzi (il film fu girato con un budget inferiore ai 140.000 dollari per tentare di risollevare le sorti economiche della R.K.O.), la trasformazione -come tutta la tensione (erotica e ferina) che la precede- è soltanto lasciata intuire. Niente specchi, Irena si vede nella pantera allo zoo, nella donna-gatto che la saluta al ristorante.

Viene da pensare alla famosa distinzione hitchcockiana fra suspense e colpo di scena. Ci sono un bel po’ di colpi di scena –o più che altro di scene che ti fanno prendere un colpo- in Black Swan, ma tutta la durevole inquietudine che lascia un film basato su premesse già note ma non esplicitate manca, e la si trova invece in Cat People, tutto giocato sul filo di una studiata e angosciosa Spannung più che di un climax esplosivo. Esattamente come senza troppe ambizioni speculative ma con sobrietà e acume viene illustrato il crescendo di ostilità di Irena verso la sua rivale in amore, la collega del marito -così stomachevolmente cheesy e benevola da fare impallidire Melania Hamilton di Via col vento-. Il film funziona infatti anche perché Irena è un personaggio complesso, tormentato, accattivante, mentre la sua antagonista è un’educanda tanto sinceramente preoccupata delle sue sorti da rubarle il marito (è lei la vera gattamorta!). Al contrario la rivale di Nina è la conturbante Kunis per cui si fa tutti il tifo (anche se la sequenza delle loro “innocenti evasioni” in discoteca ti fa chiedere con orrore se a un certo punto in cabina non hanno cambiato pellicola e messo Thirteen). Insomma come si fa a identificarsi con la timorata Portman sempre col sopracciglio corrucciato e l’occhione lacrimevole? Non è una discesa agli inferi: lei è fuori di testa dall’inizio!

Il film di Aronofsky, mondato dei suoi elementi di megalomania autoriale, delle sue pretese da Art Cinema di sondare gli abissi dell’animo umano, riesce ad avere un senso se letto come un connubio esaltante di thriller, melodramma e horror, condito di graditi lustrini pop nei momenti adatti. Al contrario, ne Il bacio della pantera mancano i fuochi d’artificio sia tecnici che di sceneggiatura, ma ne viene fuori un film sottile ma profondo sull’eterna lotta, anche interiore, fra -come va di moda dire ultimamente- “donne perbene e donne permale”.
Resta solo da dire che, amando Betty le tamarrate, si è goduta il cigno tanto quanto i felini, e invita tutti a fare altrettanto, compresa l’Academy che la deve smettere di spacciare i suoi Awards per qualcosa di serio. Tanto non ci crede nessuno.

Elisa Cuter

Annunci