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Betty Motor Show

11 Mar

Nell’atto di pensare a che cosa scrivere, la mia concentrazione è totalmente rivolta alla trascendentale interpretazione di Alberto Tomba nei panni di Alex l’ariete. Roba da far impallidire il miglior Michael Knight, alias David Hasselhoff in Supercar, serie tv in cui l’attore recitava probabilmente peggio dell’automobile, tanto amata da avere alcune parodie simpsoniane, ad esempio il supermotoscafo Barca Paladina, presente nell’episodio E con Maggie son tre della sesta stagione. Recentemente ho notato un particolare, quando ho avuto il piacere di rivedere i vecchi episodi di Supercar. Tra i tanti impossibili optional del nostro amico KITT (Knight Industries Two Thousand) mancano forse i dispositivi più essenziali: le cinture di sicurezza.

Nell’universo dell’intrattenimento le auto sono state spesso vere protagoniste. Un santone del calibro di Clint Eastwood, in La recluta preferiva alle curve dell’affascinante Sônia Braga quelle della magnifica Mercedes 300 SL del ’56. Senza stilare inutili e infinite liste, dalla Ford T di Stanlio e Ollio alle ultime trovate robotiche provenienti dal pianeta Cybertron, l’auto ha incarnato, erede della locomotiva dei vecchi western, il mito del superamento dei limiti territoriali e idealmente di quelli del genere umano. In questo senso, unisce la velocità e la possibilità di percorrere grandi distanze del treno con la proprietà privata del cavallo. L’auto è davvero alla portata di chiunque, abbattendo barriere razziali, sessuali e anagrafiche. Dopotutto, ognuno ha una quattro ruote preferita, che vada avanti e indietro nello spazio-tempo oppure che insegua criminali nella Milano violenta, che venga pilotata o che goda di vita propria. Non c’è protagonista o antagonista che non si sia messo al volante di qualche bolide, indossato meglio di maschera e calzamaglia. A conti fatti, nel mondo dell’entertainment, non solo nel cinema di serie B, le automobili hanno rappresentato una parte molto importante della spettacolarizzazione delle scene. Il perché può essere ritrovato nell’economicità del loro utilizzo.

Alcuni ne hanno fatto una vera passione. Impossibile non citare Steve McQueen, che nei suoi film, quando il copione prevedeva scene d’azione con l’uso diretto di veicoli, pretendeva di recitare senza l’aiuto di stuntmen professionisti, causando spaventi agli addetti ai lavori. Ne La grande fuga si divertiva a scorrazzare in sella ad una Triumph, inseguito dalle truppe naziste. La pellicola del 1971 La 24 ore di Le Mans fu fortemente voluto da McQueen proprio per il suo grande amore per i motori, l’indimenticabile attore partecipò anche a diverse competizioni motoristiche.

Fa forse più cool cavalcare una selvaggia motocicletta, simbolo di libertà e contestazione in Easy Rider e che nonostante la passività alle intemperie riscuote il suo notevole successo. Anche il sottoscritto si serve da circa una dozzina d’anni dello stesso amato cinquantino, Ronzinante fedele al quale è difficile rinunciare. Sul piccolo schermo si sono visti i CHiPs, acronimo di California Highway Patrols, dell’indimenticabile Erik “Poncherello” Estrada e di quell’altro del quale quasi nessuno ricorda mai il nome, in onda negli Stati Uniti dal 1977 al 1983 sulla NBC. Nella mia ingenuità di bambino li consideravo un po’ sfigati, perché non potevano caricare a bordo delle loro Kawasaki gli arrestati, problema risolto qualche anno più tardi in Renegade da Lorenzo Lamas, che gli arrestati invece li ammanettava direttamente al suo chopper. Per un breve periodo, precisamente per una sola stagione della durata di 13 episodi, venne trasmesso Street Hawk – Il falco della strada, serie fanta-action datata 1985. Il connubio ai principi del piacere di guida di automobile e motocicletta può essere stare al volante di una fiammante spider, come accade a Bruno Cortona/Vittorio Gassman e Enzo/Carlo Verdone, rispettivamente alla guida di una Lancia Aurelia B24 ne Il sorpasso e di una Fiat Dino in Un sacco bello.

I più pesanti camion si sono trovati spesso in situazioni di amore e odio nei confronti delle più piccole sorelle a quattro ruote, sempre citando Supercar, è difficile dimenticare l’autotreno che fungeva da base mobile per KITT, Michael e Co. Steven Spielberg, invece, ne ha dato un esempio opposto nel 1971, dirigendo il road thriller Duel , in cui il vero antagonista era la possente autocisterna. Ben altra sorte capitata in tv negli anni ’80 ne I giustizieri della strada ai potenti automezzi, comprimari di prima linea dei protagonisti e che andavano anche oltre i confini stradali. Uno di questi, infatti, si trasformava in un elicottero, lo stesso modello, un Aerospatiale Gazelle opportunamente modificato, utilizzato nel 1983 in Tuono blu, per la regia di John Badham e interpretato da una vecchia conoscenza del già citato Spielberg, quel Roy Scheider che altri non era che lo sceriffo Martin Brody, in carica nell’isola di Amity martoriata dai famelici attacchi de Lo squalo. Anche il piccolo schermo ha avuto il proprio beniamino volante: Airwolf, andato in onda nella seconda metà degli anni ’80 e diventato per gli appassionati un piccolo cult.

Insomma, che si tratti di supereroe o di supervillain, tanti personaggi hanno come segno particolare la carrozzeria di cui si servono. Forse, se Tex fosse stato un gringo metropolitano, avrebbe guidato una Mustang.

Giannantonio Nero

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Everybody wants Twinkies – ZOMBIELAND

29 Feb

Zombieland, 2009.

E se il morbo della mucca pazza rendesse zombie chi se ne nutre? Accadrebbe ciò che accade nel film Zombieland: la pandemia colpisce gli Stati Uniti, rendendone gli abitanti dei velocissimi ed atletici non-morti (al contrario dei protagonisti dei primi film di Romero, questi saltano, corrono, insomma, si danno un gran da fare).

Columbus (un giovane Jesse Eisemberg, pre – The Social Network) decide di tornare a Columbus -ohibò- Ohio, sperando di trovare ancora in vita i suoi genitori, incontrando, in compenso, Tallahassee, un nerboruto e tutto pitonato Woody Harrelson, un sopravvissuto in viaggio con lo scopo di trovare una fabbrica di Twinkies. E’ proprio questa smodata ricerca che li fa fermare ad una stazione di servizio, nella quale, dopo un massacro di routine di carne putrida, incontrano due sorelle, Wichita (Emma Stone, sempre WOW) e Little Rock (Abigail Breslin) che, senza troppi complimenti, prendono e se ne vanno con la macchina dei due, che, in compenso, trovano un Hummer pieno zeppo di armi, neanche fosse Natale. Raggiunte le ragazze, decidono di intraprendere il viaggio tutti insieme alla volta di un luna park che, a quanto pare, è un isola felice in mezzo all’apocalisse. Durante un gustosissimo excurcus in casa di Bill Murray che interpreta se stesso (travestito da zombie per camuffarsi e poter giocare in pace a golf, trucco che suo malgrado gli costerà la vita), Columbus e Wichita si avvicinano, cosa che turba la ragazza e che fa sì che riparta con la sorella alla volta del Pacific Playland senza avvertire nessuno (ovviamente, brava furba). Come potrete immaginare, il parco si rivela tutt’altro che Pacific, e le due si trovano a fronteggiare orde di zombies, decidendo di affrontarli dall’alto di uno space vertigo. Il film si chiude con Columbus e Tallahassee che arrivano in tempo per salvare le ragazze dall’inevitabile, Little Rock che dà a Tallahassee il tanto agognato Twinkie e Columbus che capisce, finalmente, di aver trovato quello per il quale era partito: una famiglia. Zombieland è una pellicola veloce, divertente, a tratti con lampi di genio (come la lista di regole da seguire per sopravvivere agli attacchi, o la comparsa di Murray ad un certo punto del film), con un cast ben amalgamato e soprattutto, credibile (perfetto Harrelson e ottima la scelta della Stone, bellaeintelligente sempre). Paragonato ad un suo “simile” qual è Shaun of the Dead, risulta forse meno divertente, ma si fa comunque valere per il suo essere ben girato e molto curato da ogni punto di vista. E’ senz’altro un film da vedere, già solo i titoli di apertura valgono l’acquisto del dvd.

Curiosità: Tallahassee non è l’unico che parte alla ricerca della fabbrica delle merendine Twinkies. Succede anche nell’episodio “Da boom” in Family Guy (i nostri Griffin), durante il quale, dopo un olocausto nucleare allo scoccare dell’anno 2000, i Griffin partono alla ricerca dello stabilimento e, trovatolo pieno di rifornimenti ed in ottime condizioni, vi fondano la Nuova Quahog, con Peter come sindaco. Redie Braun

Seconda Puntata: Blob – fluido mortale

12 Feb

Beware of the blob! Questa volta Betty presenta “Blob fluido mortale” di Irvin Yeaworth. Un film passato alla storia per i suoi ridicoli effetti speciali in una puntata che è già leggenda per il trucco-e-parrucco peggiore ever.

Bad Taste: il cattivo gusto è servito

9 Gen

Peter Jackson, 1987.

Non aspetterò la fine della recensione(l’equivalente del terzo appuntamento per i critici per bene)per affermarlo: non si può non amare Bad Taste. E non perché sia un gustoso reperto di archeologia cinematografica, di quelli che mandano in solluchero i feticisti del “lo sapevi che …”, o perché sia una vera chicca per gli amanti del trash d’autore. E ad essere sinceri, non è nemmeno particolarmente intrigante o avvincente. Ma non si può non pensarci con infinito affetto cinefilo perché è un concentrato, un paradigma, un emblema che parla a tutti noi amanti di cinema, di splatter e dell’imprescindibile aspetto ludico di quest’arte.

Punto primo: insensatamente splatter. La storia verte attorno a una task force speciale incaricata di sgominare una banda di alieni infiltrati nella cittadina di Kaihoro (luogo inventato il cui nome in maori può significare sia fast food che “città-cibo”) per rapire esseri umani e trasformarli in esotiche pietanze da servire in un fast food intergalattico. Ed è qui che il cattivo gusto alimentare incontra quello cinematografico. La trama, sì disgustosa ma non particolarmente ingegnosa,non è altro che un pretesto per mettere in scena una sequenza splatter dietro l’altra. Quale può essere il cibo più prelibato per gli alieni se non il vomito di umano? Che tra l’altro uno dei “boys”, gli agenti speciali in missione, è obbligato ad assaggiare in una memorabile scena in cui affonda il viso in un ciotolone pieno di liquame verde fosforescente. Anche le diverse scene, che inframmezzano tutto il film, di Peter Jackson con il cranio aperto in due che si riappiccica pezzi di cervello che gli sono schizzati via e si tiene insieme il tutto con una cintura, è totalmente gratuita, eppure noi tutti gliene saremo sempre infinitamente grati. Per non parlare poi della finale e insensata violenza contro una pecora, colpita in pieno da un razzo vagante( sì, animalisti, avete di che protestare). Insomma il titolo è una chiara dichiarazione di intenti, una promessa che, fidatevi, non verrà disattesa. Corpi verranno infatti segati e sviscerati, fatti a pezzi e ricomposti con bella mostra di sangue finto (e, per carità, non ci proviamo nemmeno a farlo sembrare vero)e organi interni, in un potpourri di effetti speciali casalinghi ma geniali. Ed era necessario? Assolutamente no.

Punto secondo: amorevolmente homemade. E’ il 1987 e un giovanissimo (e magrissimo) Peter Jackson,siamo prima di “Amabili Resti”, prima di “King Kong” e prima ancora (ebbene sì, c’è un prima) della saga del Signore degli Anelli che lo renderà famoso in tutto il mondo, se ne va in giro per le campagne neo-zelandesi con una telecamera 16 mm a inscenare assieme a un affiatato gruppo di amici un’invasione aliena. Per la realizzazione vengono spesi circa 25.000 dollari, una cifra irrisoria se si pensa che il film avrà una distribuzione internazionale e approderà addirittura al Festival di Cannes. E’ vero, praticamente a riprese terminate la New Zeland Film Commission investì circa 200.000 dollari nel progetto, ma questa è la parte della storia che ci piace tralasciare. Insomma, quando noi amanti del cinema di serie b parliamo di “low budget” ed “exploitation” è proprio a questo che ci riferiamo. Partendo dal fatto che quasi tutti gli attori, una quindicina in tutto, interpretano più ruoli. Lo stesso regista è sia un membro della task force che un alieno, e in una scena memorabile riesce a lottare anche contro se stesso. Oltre a ricoprire un’altra infinità di ruoli all’interno della produzione. Ad esempio, confezionò le maschere degli alieni nella propria cucina e la loro forma particolare deriva proprio dall’esigenza di farle entrare nel forno della madre (se vi immaginate la signora Jackson che va per infornare le salsicce e trova una testa d’alieno nel forno fate bene, perché è successo davvero). Comunque le ristrettezze economiche non tolsero spazio alle scelte stilistiche d’autore. Il dolly e la gru per le riprese più audaci furono costruite interamente in casa, oltre a una steady-cam realizzata con materiali di recupero per soli 20 dollari. Insomma, qui c’è del genio.

Punto terzo: let’s do it. Bad Taste è emblematico di un genere di cinefilia lontana dallesale di cinema d’essai e dall’ideologia del dibattito intellettuale. Un mondo in cui si ama il cinema di un amore viscerale e adolescenziale, in cui guardare film non può essere separato dalla dimensione creativa in senso stretto. Si trascende dunque la dimensione passivo-teoretica dello spettatore verso una in cui il cinema è anche e sempre una risposta a esigenze narrative che si devono piegare a continue esigenze pratiche e materiali. Per intenderci ci riferiamo a quei film impressi indelebilmente nei nostri cuori che recitiamo a memoria con gli amici e che sogniamo di ricreare un giorno. Perché in fondo lo sappiamo, il bambino che c’è in noi farebbe film in cui esplodono teste e in cui in ogni scena c’è una motosega e se ne infischierebbe di una bambina francese che racconta il sottile piacere di infilare le dita in un sacco di lenticchie. Jackson e i suoi amici girarono il film interamente di domenica, perché durante la settimana lavoravano e il sabato era già il giorno del calcetto (o almeno così vuole il mito). A questo ritmo ci vollero quattro anni per terminare il lavoro. Il che ha creato non pochi problemi di coerenza, fornendo materiale in abbondanza ai maniaci dei goofs. Bisogna tenere conto che il film inizialmente doveva essere un corto di 10 minuti, poi però, rendendosi conto che c’erano ancora molte cose da fare esplodere e da fare a pezzi, si decise di allungarlo in corso d’opera fino ad arrivare ai 90 minuti di lunghezza senza mai stendere una sceneggiatura definitiva. Come racconta nel documentario sul film “Good Taste made Bad Taste” (assolutamente consigliato) Peter Jackson fu da sempre affascinato dalla macchina da presa, e quando, ancora bambino, ricevette la sua prima 8 mm in regalo scavò una buca in giardino, improvvisò delle uniformi militari e imbastì un mini-film di guerra insieme ai suoi amici di scuola. Era il 1973 e Peter realizzò i suoi primi effetti speciali simulando gli spari del fucile attraverso dei buchi nella pellicola. A questo seguirono nel corso degli anni altri film, nessuno mai portato a termine, ma tutti a modo loro arguti e visionari.

Punto quarto: pochi soldi e grandi sogni. Quello che amiamo di questo film, e molto spesso dei b-movies in generale, è che la mancanza di soldi e mezzi non ridimensiona affatto le idee insensatamente megalomani. Ed è proprio in questo scarto, spesso enorme, tra budget a disposizione e progetti che non hanno nulla da invidiare ai grandi kolossal (e qui parliamo di uno che i kolossal li farà davvero), che nascono le perle di questo genere. In fondo quello che Hollywood ci ha veramente insegnato ad amare non è proprio la grandiosità? Per questo Jackson non rinuncia in un film casalingo a colossali effetti speciali, che includono razzi, mega-esplosioni, sangue che schizza come geyser, case volanti e alieni. E prima di scivolare penosamente nella retorica del film da back yard, ci limiteremo a ricordare che le armi da fuoco furono interamente costruite in fimo,legno e cartone e che l’audio fu aggiunto in post produzione perché la sua Bolex non registrava il suono (oltre a poter registrare solo 30 secondi alla volta). Anche in tutti i film incompiuti precedenti a Bad Taste non mancano effetti speciali e personaggi fantastici realizzati interamente da Jackson. Tutti però furono abbandonati perché, per ammissione dello stesso regista,le sue idee superavano di gran lunga le sue capacità e lui non era uno disposto a venire a patti con la dura realtà.

In fin dei conti, Bad Taste non è un film che vi terrà incollati allo schermo per tutti e 90 i minuti e, a dirla tutta, gli ultimi dieci minuti risultano anche un po’ stagnanti perché i protagonisti sembrano più presi dal divertirsi con i combattimenti che dal portare avanti il film. Ma nonostante questo colpisce per i suoi effetti speciali cheap ma geniali, la sua originalità e il proliferare di citazioni e strizzate d’occhio (ad esempio alla “Casa”, “Zombi”, “Non aprite quella Porta” e alla fantascienza anni ’50). Un portentoso mix di splatter, gore, sci-fi e horror, reso unico dall’irriducibile humor che pervade tutto il film. Diventando un cult e entrando nella leggenda. Come succede in questo genere ciò che sul film si è detto, ciò che ha ispirato e suscitato ha poi superato il film stesso diventando un mito di venerazione pop. A questo si deve aggiungere il culto della personalità di Jackson, un maniaco-ossessivo, perfezionista patologico che non lascia nulla al caso (si noti che per far esplodere la casa e farla volare, sì volare, furono costruiti un modello di 5 metri e uno in scala), le cui trovate assolutamente geniali, i feticismi e l’entusiasmo incontenibile non possono che conquistarci. E nel frattempo noi fan di tutto il mondo rimaniamo col fiato sospeso in attesa del sequel (così snobbati dal pubblico main stream, ma tratto distintivo dei b-movies) del quale si vocifera da anni ma che non è ancora stato realizzato.

Arianna Verdecchia

L’uomo che visse nel futuro

7 Dic

George Pal, 1960

Il viaggio nel tempo è uno dei grandi sogni inespressi, delle utopie scientifiche del genere umano, al pari del volo senza propulsione meccanica, dell’invisibilità o del teletrasporto. I recenti esperimenti del CERN di Ginevra sui neutrini oltre che a voler detronizzare la teoria della Relatività di Einstein, potrebbero produrre risultati riguardanti lo studio del Tempo.

 L’uomo che visse nel futuro è certamente uno dei molti film sull’argomento, forse uno dei più noti, tanto da meritarsi un remake nel 2002 The Time Machine, per la regia di Simon Wells, con protagonista Guy Pearce e dove nei panni del tirannico nemico, capo dei Morlock, troviamo un poco riconoscibile Jeremy Irons. La trama della pellicola del ‘60 è piuttosto semplice. Nel 1899, un luminare più o meno eminente della comunità scientifica britannica, interpretato da Rod Taylor, ossessionato dallo scorrere del tempo (ne sono prova le decine di orologi presenti nel suo salotto), mette a punto un mirabolante macchinario, che nel rifacimento contemporaneo appare migliorato sotto l’aspetto tecnico e scenografico, citato anche nell’episodio Come eravamo…A Springfield della diciottesima stagione dei Simpson, in cui il professor Frink realizza un triciclo temporale somigliante nei particolari salienti alla nostra macchina del tempo. Nel corso del suo peregrinare attraverso le epoche, lo scienziato George, alter ego di Herbert George Wells, incontra vecchi e nuovi amici, si imbatte in catastrofi naturali e umane, contrasta mostruosi nemici e, perché no, si sofferma in riflessioni sulla moda femminile al passo coi tempi, il tutto narrato in modo onnisciente dal protagonista, che durante il film espone le sue innocenti riflessioni. Fino a giungere in un remoto futuro, in cui gli esseri umani non sono altro che inebetiti animali da cortile per i malvagi e sotterranei Morlock, caratteristica che li differenzia dai corrispettivi della pellicola del 2002, molto più simili alle popolazioni native americane e tutt’altro che imbambolati.

 Probabilmente, il più grande limite della macchina del tempo di George Pal sta nel fatto di non potersi muovere anche nello Spazio. E’ quello che fanno notare quasi subito i secchioni di Big Bang theory, che nell’episodio La macchina del tempo, appunto, acquistano su un’asta online quello che credono essere un modellino e che poi si rivelerà essere una riproduzione a grandezza naturale di quella utilizzata nella pellicola originale del 1960. Con tutto quello che rappresenta per quattro super-nerd bamboccioni avere un grosso giocattolo sfizioso nel proprio appartamento.

Il portentoso trabiccolo, inoltre, non è sicuramente la molto più cool DeLorean DMC12 assemblata da Emmett Lathrop Brown nella trilogia di Ritorno al futuro oppure la fuoriserie del film fanta-horror Frankenstein oltre le frontiere del tempo scritto, prodotto e diretto da Roger Corman nel 1990. Il protagonista, anche se dimostra coraggio da vendere , non si avvicina all’estro di Martin McFly e si discosta molto dal cliché dello scienziato vecchio o pazzo e in questo Simon Wells è rimasto fedele all’originale.

 Classico esempio di fantascienza vintage, L’uomo che visse nel futuro deve la sua genesi letteraria al genio di H.G.Wells, tra i capostipiti degli scrittori sci-fi, dalle cui opere sono stati tratti altri famosi film appartenenti al genere. Come al solito queste vecchie produzioni indovinano ben poco del futuro reale, ma tutto diventa lecito, con un occhio di riguardo agli “antichi” effetti speciali, tanto validi da meritarsi un Oscar nel 1961, e all’intrattenimento ed i sogni donati agli spettatori di ogni epoca.

Giannantonio Nero

Milano odia: la polizia non può sparare

6 Giu

Umberto Lenzi, 1974

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Giulio Sacchi, un poveretto pieno di sé residente a Sesto San Giovanni, non ha la minima voglia di lavorare. Come sfamarsi? Rapinando una banca. Se va male la rapina, si possono chiedere i soldi alla fidanzata. Se la fidanzata non ne ha, dopo averla volgarmente posseduta si può sempre scassinare un distributore di sigarette, uccidendo un poliziotto anzichenò. Finché non si arriva a organizzare un sequestro di persona (Marilù, la figlia del commendatore), seminando terrore per mezzo Naviglio e mandando al creatore un sostanzioso numero di anime. Architettando, di conseguenza, un complicato sistema di alibi, tutto potrebbe anche filare liscio, a meno che il poveretto in questione non abbia una personalità esuberante, maniacale e sadica, e che la polizia non gli metta i bastoni fra le ruote.

Questa, molto concisamente, è la trama.

Non c’è onniscienza, consapevolezza o senso della giustizia che tengano: ogni volta che rivedo questo film non riesco a stare dalla parte del commissario. Sarà la recitazione straordinaria di Tomas Milian, impegnato in un’interpretazione che lo costringe a passare dalla ferocia di una crudeltà spietata all’innocenza di un martire zozzo, ma ogni volta provo un senso di fastidio verso quelle che qualcuno chiama “le forze del bene”: spero sempre, fino alla fine, che Giulio Sacchi la scampi.

Probabilmente è il sottile lavoro psicologico operato dal regista Umberto Lenzi a scatenare in me questo antigiustizialismo. Ogni personaggio è costruito secondo una sensibilità diversa, che segue un ordine stabilito: c’è il livello della giustizia, riservato al commissario. Poi quello dell’innocenza, dove si colloca la povera Iole Tucci, fidanzata di Giulio, freddamente gettata dalla scogliera di un lago da parte del di lei compagno. Segue il gradino dei morti ammazzati, siano essi poliziotti o criminali, borghesi o marchettare, senza distinzione, rispettivamente, di livello d’onestà o ceto sociale: indispensabile, però, per sviluppare il tema della lotta tra classi. Poi c’è il primo girone, quello degli assassini; è il girone di Carmine e Vittorio, ma non quello di Giulio: a lui spetta il livello peggiore, quello dei crudeli, perché uccide a sangue freddo, senza chiedersi se ne valesse la pena, ma di contro giustificando sempre il suo atto come necessario alla riuscita del piano.

Si veda lo schema come un cerchio, nel quale quest’ultimo anello si ricollega con il primo.

Alla fine del film le parti si invertono: Giulio entra nel livello della giustizia (non ai nostri occhi forse, ma a quelli di un ipotetico fruitore reale sì), perché assolto dai suoi capi d’accusa e messo al patibolo della giustizia sommaria del commissario, che senza uno straccio di prova spara, ritrovandosi al posto di Giulio nel girone dei crudeli.

Ho concepito questa struttura perché trovo lampante come Lenzi cerchi di analizzare i problemi di una società in contrasto con le sue componenti, e delle componenti della società in contrasto con se stesse: Giulio è un “dritto”, ma davanti alla morte ha paura; Iole è innamorata, ma pronta a denunciare il suo amato; Carmine uccide, ma muore cercando di vendicare la rapita; Vittorio è un assassino e obbedisce a Giulio, ma quando scopre che questo ha ammazzato l’amico cerca di aggredirlo e viene ucciso.

Analisi psicologica e strutturale a parte, eccoci arrivati ai punti che più interessano i lettori di Betty: pallottole e sangue, sex and violence. I morti non stanno sulle dita di due mani, per quanto gli omicidi non siano troppo truculenti: una scena che vale molto è quella nella casa in cui si rifugia Marilù, nella quale vengono uccise due donne, due uomini e una bambina. Le due donne e uno degli uomini vengono appesi a un lampadario e periscono sotto colpi di mitra, dopo che Giulio ha ucciso la figlia di una delle donne. Mio padre ne è rimasto sconcertato, e dopo anni che non vedeva il film ha chiuso gli occhi.

Infine, a livello tecnico questo film è una perla della cinematografia italiana. Godibilissimi raccordi tra le sequenze, e tra i più svariati: messa a fuoco graduale, ripresa delle battute o continuazione logica tra una scena e l’altra e chi più ne ha, più ne metta. Immancabili gli zoom rapidi nei momenti di tensione, soprattutto sui primi piani del viso dal basso in alto e sui cadaveri o (più raffinato) sul sangue dall’alto in basso. Zero soggettive. Molte riprese dall’auto, e pochissimi carrelli, ma un numero incalcolabile di zoom in avanti a stacco scena e all’indietro in apertura. Sì, hanno abusato di zoom.

Tirando le somme, il film è interessante sul piano psicologico, godibile per quel che riguarda la trama, formidabile stilisticamente ed esaltante per gli estimatori del genere. Betty e il sottoscritto lo consigliano a tutti, tranne ai bambini, ai romantici e ai sior Brambilla. E se c’è un ultimo avviso da dare, come se la violenza, il sangue e le atrocità di vario genere non bastassero, è che Tomas Milian mastica la gomma per l’ottanta percento del girato.

Mars Attacks!

4 Giu

Tim Burton, 1996

di Giannantonio Nero

Come fare il verso scanzonato alla fantascienza degli anni ’50? Tim Burton propone la sua versione dei fatti. Il regista, che aveva precedentemente diretto il film biografico Ed Wood (1994), su uno degli indiscussi maestri del genere b-movie, lascia le sue tipiche atmosfere gothic-dark, per dedicarsi ad uno stile che si avvicina molto all’animazione, ad esempio i cattivissimi invasori spaziali sono realizzati utilizzando la computer grafica.
Anche se sembra ambientata in un’epoca contemporanea, la pellicola, come già detto, richiama uno stile simile a quello degli anni ’50, soprattutto notiamo l’anacronistica presenza di armi e mezzi di trasporto dei quali lo zio Sam non dispone da alcuni decenni. Il tutto è chiaramente voluto da Burton, proprio per omaggiare il genere fantascientifico tipico in passato.

Nel film si intrecciano le vite e le vicende di americani più o meno normali. Il presidente Jack Nicholson, la first lady Glenn Close e la loro figlia, la neo vincitrice dell’Oscar Natalie Portman. I tipici provincialotti cafoni, tra i quali un giovane Jack Black marine fanatico. Un gruppetto di vari personaggi a Las Vegas, con un cameo di Tom Jones nella parte di sé stesso, oltre a Danny de Vito e ancora Jack Nicholson, nei panni di un poco onesto proprietario di hotel-casinò, che viene distrutto nell’attacco a Las Vegas. Proprio queste scene vennero girate dal vivo, quando casualmente ci fu la necessità di demolire un vecchio edificio per fare posto a nuove strutture, pratica molto diffusa e consueta nella famosa città del gioco d’azzardo, e poi montate con tutto il resto. I militari non del tutto convinti sulle intenzioni dei visitatori extraplanetari, con Pierce Brosnan, penultimo 007 sul grande schermo, nella parte del consulente scientifico della Casa Bianca, convinto della venuta pacifica dei marziani. Il mondo dell’informazione giornalistica a caccia di scoop, con le sembianze di Michael J. Fox e di Sara Jessica Parker (simpatico il trattamento riservato alla futura Carrie di Sex and the city dagli invasori alieni), che offrono ai cine e tele spettatori una descrizione del primo incontro tra terrestri e marziani molto simile a quella della famosa trasmissione radiofonica ad opera di Orson Welles.
Un cast “stellare”, che fa da cornice alla divertente storia, dalla recitazione certamente non tra le più impegnate di Hollywood. Senza trascurare i molto aggressivi omini verdi, in questo caso più grigiastri, dal corpo smunto, il tipico testone alieno e gli occhioni sparati fuori dalle orbite.

Fin dal primo contatto sono chiare le intenzioni bellicose dei cattivissimi marziani, che spazzano via ogni forma di opposizione terrestre a colpi di raggi laser disintegratori e che poco apprezzano le forme di vita umane, tranne che per i vizi e i divertimenti.

A differenza di Mars Attacks!, all’epoca delle pellicole originali, gli omini verdi, provenienti dal Pianeta Rosso, si collocavano idealmente al fianco di altri storici nemici della cinematografia a stelle e strisce: i redskin, i pellerossa. Il rosso aveva una precisa simbologia negli USA, perché i rossi erano i sovietici, ma anche i comunisti in genere, il nemico numero 1 del popolo statunitense in quegl’anni, tra paure nucleari e caccia alle streghe Maccartista.
Ovviamente, all’epoca dell’uscita di Mars Attacks! si era lontani alcuni anni dalla caduta del Muro e dagli ideali politici di decenni prima.

Si potrebbe fare, invece, un particolare accostamento con un’altra produzione sci-fi proprio dello stesso 1996: Indipendence Day. Mentre Tim Burton ha volutamente proposto un approccio comico al genere catastrofico spaziale come personale tributo, Roland Emmerich ha affrontato lo stesso tema in maniera seria, strizzando l’occhio ad alcune celebri teorie del complotto (lo schianto UFO su Roswell, presunti rapimenti alieni, la misteriosa Area 51). Un fattore comune tra le due produzioni, però, è l’iniziale e, a quanto si capisce nel corso dei minuti, infondata fiducia da parte dei terrestri in intenzioni pacifiche da parte degli invasori.

Tuttavia, come nella stragrande maggioranza delle pellicole con antagonisti extraterrestri ostili, anche in Mars Attacks! alla fine gli esseri umani, sebbene disperati, stremati e tecnologicamente inferiori, arrivano alla vittoria, tra manifestazioni di giubilo e, soprattutto, di fratellanza planetaria, presenti, forse, solo nella fantascienza cinematografica.