Archive | maggio, 2011

Ilsa, la belva delle SS

20 Mag

(Don Edmonds, 1975)

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Film tra i più celebri della cosiddetta nazisploitation, Ilsa, la belva delle SS non deluderà gli amanti degli splatter erotici: è infatti un potpourri di donne nude, sangue, torture, malignità e nazismo.

Soprattutto nazismo: non ci sono dieci inquadrature di fila (compresi i controcampi) nelle quali non si vedano una svastica o un ritratto di Hitler; ma non è solo questo.

Pur non vantando di una vera e propria trama, si può tracciare una panoramica degli avvenimenti: in un campo di ricerca medica in un non meglio specificato luogo della Germania, Ilsa (Dyanne Thorne), tremendo capitano nazista, non solo tortura le recluse ebree, ma gode nel portare a letto i prigionieri che, non sapendo soddisfarla, vengono sistematicamente evirati. Almeno fino a quando nel campo non arriva l’americano Wolf (Gregory Knoph), patriottico e spavaldo, il quale riuscirà a conquistare Ilsa grazie alle sue strabilianti doti in campo sessuale. Sarà inoltre lui stesso ad organizzare la rivolta dei detenuti, che da tempo coltivano la sete di vendetta.

Don Edmonds e Jonah Royston, rispettivamente regista e sceneggiatore, sanno pilotare lo svolgersi delle vicende in un meraviglioso climax di violenza, e le scelte registiche sono di una sobrietà che solo apparentemente non si sposa con l’estetica di un film di questo genere: vista la quantità di elementi sadici, troppo sangue (e comunque ce n’è) o scene di tortura troppo lunghe avrebbero rovinato il delizioso lavoro compiuto per rendere completamente asettico questo film.

Il pregio maggiore è di non portar via troppo tempo (96 minuti), inoltre la recitazione non è esasperata e non ci sono, nei personaggi, elementi che li rendano completamente odiosi allo spettatore. Non è la tortura l’essenza del film, sembrerebbe piuttosto il sangue unito ai corpi nudi femminili ad essere il centro nevralgico su cui il regista ha voluto far ruotare l’intero girato (oltre al nazismo, cardine però di una più becera volontà d’accusa, di cui sparlerò più tardi). Poche le scene senza sangue, ancor meno quelle con donne vestite, la belva verrà infine incastrata proprio a mezzo del sesso.

Per quel che riguarda invece il fine ultimo del film (e spero vivamente che il produttore, David F. Friedman, non si sia preso troppo sul serio), emblematica è la scritta che ne precede l’inizio: “con questo film vogliamo auspicare che tali spaventosi crimini non debbano più ripetersi” (firmato, tra l’altro, Herman Treager, dato che il suddetto produttore non ha voluto accreditarsi col suo vero nome). Lungi da me (e da Betty) ogni sorta di volontà apologetica (anzi appoggiamo, nel concetto, la frase), m’è parso inutile, in un film di genere, voler sottolineare un distacco ideologico; tanto più m’è parso un tantino becero (e ci si ritorna) voler affidare a Wolf, indiscusso salvatore dei reclusi, il ruolo del grande democratico, che ammonisce e cerca di frenare la sete di vendetta delle torturate, le quali vorrebbero rifarsi sul medico e sulle guardie del campo, finalmente nelle loro grinfie. Qui la parte dei cattivi la recitano i cattivi, quella dei buoni i buoni, senza che ci sia quell’inversione delle parti che tanto compiace il cinismo del sottoscritto; ma tant’è.

Se si tralascia questo exploit di benevolenza americana, il film rimane una chicca per quanti amano profondamente il genere, e trattandosi in questo caso di un vero e proprio mix di generi, in molti ne rimarranno soddisfatti. Senza dimenticare che, in Grindhouse, Tarantino e Rodriguez gli hanno dedicato uno dei fake-trailer (e, per quel che mi riguarda, fatto Machete potrebbero rifare questo).

Solo un particolare, durante lo scorrere delle scene, mi lasciava perplesso: come mai, dei molti proiettili infilati in altrettante fronti, nessuno facesse mai esplodere una testa.

Nemmeno in questo caso sono rimasto deluso.

Machete

19 Mag

di elisa cuter


Gli altri ti chiudono il telefono in faccia, Machete lo distrugge schiacciandolo in una mano.
Un po’ come Chuck Norris, insomma, il nostro fa la sua comparsa in un prologo che è una palese dichiarazione d’intenti. Del resto c’era da aspettarselo,dal momento che il film è nato perché Robert Rodriguez ha deciso di prendere sul serio lo scherzo dei finti trailer in apertura di Grindhouse.
Dunque, Machete è un agente federale messicano che vuole vendicarsi del trafficante Torrez (uno Steven Seagal molto ingrassato) che gli ha sterminato la famiglia, ma finisce in una trappola che tira in ballo la rete di supporto per l’immigrazione clandestina da un lato e il partito xenofobo texano dall’altra.
Non si vedeva un protagonista così taciturno dai tempi di Buster Keaton, ma Machete non poteva che essere così: poche parole ma memorabili (su tutte il laconico “Machete non manda messaggi”, del quale si prevedono citazioni frequenti e magari un remix dance). Certo si sente la mancanza di Tarantino nei dialoghi: scarsi, talvolta didascalici (come i file che spiegano i loschi piani propagandistici di Jeff Fahey: che quelli di Ali G in confronto sembrano roba da genio del male), decisamente banali nel loro essere una mera successione di frasi ad effetto.
Non avrà la raffinatezza e la genialità di Tarantino, ma è anche per questo che ci è sempre piaciuto, in fondo, il buon Rodriguez: per la sua schietta vocazione al puro godimento del più becero spettacolo pulp, senza mezzi termini e senza eccessiva distanza ironica: se Tarantino è il fichetto più amato dai cinefili snob, Rodriguez è sempre stato il suo fratellino un po’ cazzone e veramente disturbato. Impagabili sono infatti alcune sequenze, come quella dell’intestino usato come liana (di quasi venti metri, anatomically correct!), o le piccole chicche comiche come la scelta della colonna sonora da porno d’antan per i momenti hot (purtroppo rari, nonostante la donna nuda con il cellulare in “tasca” dell’intro lasciasse presagire di meglio), o il personaggio dello scagnozzo che vomita alla vista del sangue.
Più che le scene splatter (in cui Machete adopera gli oggetti più disparati come armi contundenti), distribuite comunque con (relativa) moderazione, restano in mente i fermo-immagine o le scene al ralenti in cui il nostro salta dalle (e sulle) esplosioni con il suo tarrissimo chopper pimpato, o roteando sopra la testa il suo machete. Senza mai cambiare espressione.

Il ragazzone infatti non perde mai il suo aplomb e la sua aria truce ma distaccata che, stando alle sue conquiste, invera la diceria secondo la quale il fascino del tenebroso di poche parole riesce a far passare le ragazze sopra a tutto il resto (in questo caso capelli unti e faccia butterata, tanto per dirne due). Memorabile la chiusa in stile fiaba Disney con Machete e la poliziotta superfica Jessica Alba che dopo un bacio a fior di labbra si allontanano in moto all’orizzonte.
D’altra parte, proprio di una favola si tratta, e Machete è il solito duro dal cuore tenero: brutto, sporco e cattivo, e pure di sinistra. Certo le velleità filoproletarie servono più che altro ad imbastire la (debole) trama, ma si deve ammettere che i messaggi elettorali del senatore McLaughlin (niente meno che Robert De Niro) avevano qualcosa di preoccupantemente familiare per chi proviene da una cittadina leghista del nord italia, e che quando l’agente Sartana, da frigida giustizialista, si scopre paladina dei reietti al grido di: “Non siamo noi a violare il confine, è il confine a violare noi!” (saltando in piedi su una macchina coi tacchi come ogni latina che si rispetti, da Jennifer Lopez in giù) è stato difficile reprimere un timido accenno di vittorioso pugno alzato. Specialmente in questi giorni.

Go east! Betty al Far East Film Festival

14 Mag

di elisa cuter

Bisogna ammettere che Betty non è ferratissima quanto a cinema orientale, se si fa eccezione per due suoi classici ai quali è molto affezionata (il primo un cult assoluto, il secondo probabilmente ignoto ai più, ma che vi garantiamo ha mandato in deliquio il vostro manichino di fiducia).
Mettersi sulla via del nord-est (e qui stiamo parlando del Friuli) sulle tracce del far east (e qui stiamo parlando dell’Asia) poteva dunque sembrare una mossa azzardata. Ma è bastato questo trailer geniale in apertura alla prima proiezione per farci capire di aver preso la strada giusta! E infatti Betty è riuscita a scovare anche qui numerose perline, in realtà non rare in quello che si autodefiniva -a ragione- “il festival più pop che possiate immaginare!”.
Fra una siesta sotto l’ombrellone, uno spritz e un djset la vostra cara Betty è riuscita a stilare una fitta lista di film da non perdere, dove il comun denominatore sembra essere la difficile prevedibilità delle trame a un occhio occidentale, e la tematica erotico-sentimentale (resteranno purtroppo a bocca asciutta i fan delle arti marziali e dell’horror, che sulla carta sarebbero proprio i due generi più d’esportazione).
Si parte con Foxy Festival, del coreano Lee Hae-young, commedia tutta incentrato sulle curiose perversioni di pochi personaggi che , parafrasando i Beastie Boys, lottano “for their right / to paaaaaarty!” (e di essere se stessi): dal porcaro innamorato della sua real-doll (interpretato da Ryoo Seoung-bum, l’uomo meraviglioso in giacca bianca, mocassini leopardati e occhiali a specchio durante la conferenza stampa) e quindi insensibile alle innamorate avances della liceale che vende le sue mutandine usate; alla madre di quest’ultima che da signora perbene in abiti tradizionali si scopre dominatrix con il commesso della ferramenta di fronte a casa; fino al professore di liceo che ama correre di notte per la città indossando biancheria femminile sventolando un foulard. L’amore trionfa alla fine, come in uno shojo manga, sulle note di un motivetto da teen-idol, e anche quello che è il personaggio negativo della storia, il poliziotto con ansia da prestazione (e da dimensione) ha la sua redenzione. Ma prima ci sono momenti di trash precedentemente raggiunto solamente (forse) dalla fiction italiana Amiche mie dove l’agognato raggiungimento dell’orgasmo di Margherita Buy viene raffigurato dal suo cavalcare un pesce in un tripudio di mille bolle blu -e di brutti effetti in digitale- (no joke). Ad esempio l’immaginaria cavalcata stile rodeo di un maxivibratore da parte della donna del poliziotto, la scena in cui la ragazzina indossa memorabili pantofole a forma di tette, o il prendere vita e ammiccare della real-doll sopraccitata (momento nel quale Betty non ha potuto fare a meno di provare una certa commossa empatia).
Un altro film da segnalare è il delirante Forever, commedia nero-rosa proveniente da Singapore e diretta da Wee Li Lin. Si tratta di una storia inquietantissima di stalking sotto le false spoglie di una rom-com come tante: Joey lavora per un’agenzia matrimoniale ma è ancora single, e innamorata dell’attore di un video promozionale da lei girato, già prossimo alle nozze con la conturbante Cecilia. L’ossessione amorosa di Joey cresce generando equivoci e sogni ad occhi aperti barocchi in modo imbarazzante (ma è facile scadere nell’eccesso quando in generale a Singapore la gente il giorno delle nozze si veste di azzzurro o rosa pastello…), fino a condurla ad una casa di cura. Il finale aperto, in cui il suo principe azzurro viene ad attenderla all’uscita, ci catapulta infine direttamente nella fantasia malata di questa ragazza rovinata dal romanticismo stereotipato, dove persino i sacchetti dell’immondizia diventano palloncini. Ne viene fuori una parodia amara (e da far davvero venire i brividi) di tutto un certo tipo di produzione cinematografica.
Da segnalare anche la presenza al festival della rassegna Pink Wink!, un tributo alla casa di produzione Kokuei, specializzata in Pink eiga, film soft-core destinati al circuito dei cinema a luci rosse. Ne faceva parte An aria on gazes, film di Sato Isayasu del 1992, il cui sottotitolo potrebbe essere “ceci n’est pas un pip(p)e”, sia per l’onirismo da cui è pervaso tutto il film (per la verità più lynchiano che surrealista), che per il fatto che nonostante la sua durata di un’ora è quanto di più lontano da quello che ci si potrebbe aspettare di vedere andando al cinema per certi scopi: alle scene nel sex club dove le donne sono addormentate con barbiturici e allucinogeni per essere alla mercé dei clienti, si alternano quelle allucinate della protagonista drogata, e lunghe inquadrature di un obiettivo che osserva e filma tutto come un novello e ugualmente straniante Hal 9000.
Infine, una nota di demerito va alla versione cinese di What women want, di Chen Daming. Un remake censurato, sbrodolato, scontatissimo e ancora più noioso dell’originale hollywoodiano, anche se bisogna ammettere che vedere sullo schermo Gong Li e Andy Lau era comunque meglio di vederci Mel Gibson.
Mentre il personale “Gelso d’oro” di Betty va attribuito a un film filippino dell’80 presente nella rassegna “Asia Laughs!”: Will your heart beat faster? di Mike De Leon, dove due coppie di ragazzi ganzi del quartiere (due hostess e due musicisti con tanto di baffoni e look da disco music) si trovano loro malgrado in mezzo ad un traffico di misteriose musicassette contenenti droga, fra gangster incapaci, finti religiosi, trip lisergici e ottuagenarie donne delle pulizie certe di rischiare continuamente lo stupro.
Questo finale poi smaschera una competizione fra Cina e Giappone per costruire una fabbrica nelle Filippine, e prima di un duello con katane chiaramente evocanti le spade laser, i due cattivi (un samurai e la proprietaria di un ristorante cinese) si incalzano vicendevolmente: “Qui sorgerà la fabbrica del grande Giappone”, “Ma se è tanto grande perché non la costruisci là?”, “Perché qui la manodopera costa molto meno!”, il tutto cantato in stile a metà fra l’ operistico e l’hard rock. Ma ciò che maggiormente ha fatto scoppiare a ridere in sala chi scrive, è stato scoprire che Sister Act era un plagio.

I corpi presentano tracce di violenza carnale

10 Mag

Il film italiano della settimana

Di Rocco

I CORPI PRESENTANO TRACCE DI VIOLENZA CARNALE-1973 di Sergio Martino

Proseguendo il viaggio attraverso pellicole di culto e geniali mestieranti del nostro cinema, vi parliamo di un film e di un regista che non potevamo proprio trascurare. Il regista e’ Sergio Martino, che forse incarna piu’ di ogni altro il regista di b-movies all’italiana. Forse proprio per questo e’ amatissimo da Tarantino ed Eli Roth, che non perdono occasione per organizzare negli States proiezioni pubbliche dei suoi migliori thriller. Sergio non si e’ mai fatto problemi nel copiare colleghi italiani ed americani, ha seguito spesso la corrente attingendo a piene mani dal sesso e dal sangue che piu’ facevano botteghino. Non ha mai avuto il talento di Bava e Fulci ne’ ha saputo dare ai suoi film la stessa impronta stilistica. Inoltre ha voluto spesso occuparsi della stesura di sceneggiature e dialoghi non di gran livello. Ma da questo non di rado nascevano dei gran film. E’ un regista al quale tutti gli amanti del cinema di genere devono dire grazie. Ci ha regalato un Lino Banfi nel pallone, Ursula Andress seminuda braccata dai cannibali (La montagna del dio cannibale), uno spaghetti-western talmente estremo da uscire con il divieto ai minori di 18 (Mannaja), le peripezie comico-erotiche di Gigi e Andrea e molto altro. Ci ha mostrato il lato oscuro della Fenech (Lo strano vizio della signora Wardh, Il tuo vizio e’ una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave) e tutto il resto (Giovannona Coscialunga). Il film di cui vi parliamo oggi e’ un piccolo gioiello del cinema che piu’ ci piace. Pieno di omicidi molto splatter (la scena del corpo straziato dall’auto e’ antologia) con mutilazioni, smembramenti, sgozzamenti e spruzzate di sesso torbido, ha comunque il vero punto di forza nella seconda parte, in cui il meccanismo della suspense funziona a meraviglia, come nel miglior cinema classico. Presenta molti elementi che influenzeranno lo slasher americano, come la soggettiva dell’assassino che per buona parte del film rimane senza volto ed il cast al femminile che diventa carne da macello (tranne la Kendall, la meno attiva sessualmente, altra regola rispettata). Da gustare la famosa sequenza della chiave, geniale culmine della tensione. Meritano una citazione anche la sceneggiatura dell’ottimo e prolifico Ernesto Gastaldi (Assassinio al cimitero etrusco, Milano odia la polizia non puo’ sparare, La morte cammina coi tacchi alti ma anche C’era una volta in America) e la colonna sonora firmata dai fratelli De Angelis, davvero efficace.

Curiosita’
Martino per alcune sequenze si ispiro’a Terrore Cieco del 71 di Fleischer (Viaggio Allucinante).
La pellicola usci’ negli Stati Uniti con il titolo di Torso ed ebbe grande successo. Inoltre, rispetto alla versione italiana, quella USA ha il vantaggio di non essere stata falcidiata dai tagli della censura. Abbiamo gia’ parlato dell’amore di Tarantino e Roth per Martino. Entrambi hanno citato questo film, il primo nel finto trailer Don’t apparso in Grindhouse si ispira al trailer americano de I corpi; il secondo si rifa’ al capolavoro del regista romano per l’incipit di Hostel 2. Sergio Martino, come successo a molti altri esponenti del cinema di quegli anni, e’ stato rivalutato recentemente dalla critica grazie soprattutto alle belle parole spese per lui da Quentin. Negli ultimi anni ha diretto diversi prodotti televisivi (Carabinieri7) e un sequel de L’allenatore del pallone, di cui avremmo fatto volentieri a meno. Resta uno che il mestiere lo conosceva bene, regalandoci film tecnicamente perfetti (per esempio ne I corpi presentano tracce di violenza carnale la macchina da presa che non indugia ma che viene utilizzata in maniera complementare al sonoro per creare un effetto ancora piu’splatter) ha saputo divertirci e soprattutto spaventarci come pochi.

SCRE4M

3 Mag

Di Brus

Scream 4 – Wes Craven – 2011
Il maestro della tensione Wes Craven si dà al cinema autocelebrativo e riporta sui grandi schermi un tizio in saio nero e volto mascherato che non si faceva vedere da ben 11 anni nonostante nell’immaginario popolare costituisca da allora una figura iconica. SCRE4M. Un sequel che sa tanto di remake dell’originale Scream del 1996. Un’opera dal sapore beffardo e dal retrogusto nostalgico.

Lo schema narrativo è sempre il solito (e gode nell’esserlo): lo stalker cinefilo che gioca con le sue vittime al telefono un po’ come il gatto gioca con la lucertola prima di mangiarla, i teen-ager americani dai connotati (oggi ancora più di ieri) fortemente stereotipati e pirandelliani, la trovata sempre avvincente di farti sospettare di personaggi che dopo pochi minuti vengono uccisi. Se SCRE4M fosse solo questo risulterebbe un’opera intenzionalmente ordinaria, già vista. Ma al contrario si autoproclama come chiosa della trilogia precedente in maniera straordinariamente riflessiva, obbligata com’è a discostarsi dai favolosi anni ’90 (che però restano ben presenti nella cittadina di Woodsboro, incatenata nel tempo e in lotta continua con i fantasmi del passato) per accarezzare con la delicatezza tipica del filone slasher i temi della postmodernità.

Di fatto la trama di fondo assume quasi un valore pretestuoso (o pretestuale) di fronte alla mole di accezioni che assume una pellicola con così tante chiavi di lettura. È meta-cinema allo stato brado in grado di porre lo spettatore in una condizione di imbarazzo metafisico nel chiedersi a metà film: “Ma avrò imboccato la strada giusta o sarò intrappolato nell’ennesimo film dentro il film dentro il film dentro il film?”. E come se non bastasse il sistema di scatole cinesi che ricorda tanto l’eXistenZ di Cronenberg (o sarebbe meglio chiamarlo Trascendenz?) l’appassionato di cinema si trova catapultato in una cornucopia di riferimenti e ipercitazionismo quando dotto, quando popolare. Il continuo dialogo fra passato e presente (futuro?) si incastona così in diverse dimensioni interpretative: 1) Nell’universo degli eventi del film (un universo che vuole essere statico; titubante di fronte all’evoluzione del mondo) mettendo di fronte la vecchia (più impacciata che intraprendente) con la nuova generazione (così dannatamente meravigliosamente simile alla vecchia quando era ancora giovane). 2) Gli enciclopedici e continui rimandi a film del genere horror (il che aprirebbe una serie di disquisizioni sulla questione meta-concettuale. “In SCRE4M esiste la storia del cinema; ma SCRE4M è consapevole di farne parte?”. Chi vi scrive risponderebbe di sì. Ai posteri l’ardua sentenza); L’ultima casa a sinistra [Buon vecchio Craven!] vs. Saw, Halloween vs. Le colline hanno gli occhi [Buon vecchio Craven!], Nightmare [Buon vecchio Craven! L’encomio di te stesso!] vs. Amityville Horror ETC. 3) Il riferimento alla matrice soggettiva che oggi, ma nacque ieri, domina il genere cinematografico in questione (The Blair Witch Progect (1999 – forse capostipite del genere), [REC], Cloverfield, fino agli ultimissimi Paranormal Activity, Il Rito, ETC). Eppure quello della meta-soggettiva (l’ennesimo meta-) resta un monito che rimane puramente accademico dato che in SCRE4M, se non in qualche fulmineo accenno provocatorio, la struttura del montaggio è rigorosamente votata agli stilemi tecnici di un decennio fa. si E fra la moltitudine di titoli sparati a raffica (omicida) compare timido anche l’italiano Suspiria (1977) del maestro Dario Argento. Forse unica misera nota italiana all’interno dell’opera oltre all’accento politico che costituisce il pre-finale e suggerisce un’antica, seppur posta in termini estremamente nuovi ed efficaci, speculazione sociologica: “Perché dovrei studiare o lavorare quando posso garantirmi un posto da Star grazie alla mia tragedia personale?”.

E poi tanti altri piccoli particolari che inanellano il film lasciando illibate le atmosfere anni ’90 (nella testa riecheggiano romantiche le musiche di Dawson’s Creek e Beverly Hills 90210) che inevitabilmente diffondono quella nostalgia da Pigiama Party. Ghostface assume il volto di icona pop (anche grazie a, o per colpa di, film come Scary Movie (2000) o Shriek – Hai impegni per Venerdì 17? (2000) che ne hanno forzato la componente parodica a tal punto da destabilizzare quella tensiva) e gli adolescenti di Woodsboro lo venerano e conoscono a memoria l’interminabile serie di film (Stab – Squartati) derivata dal suo ultimo massacro e dalla leggenda che si porta dietro. Ghostface è l’unico senso di Woodsboro.

Conoscere le regole dell’horror non ti salverà questa volta; questa volta lui si filma e si firma ponendosi ancora di più sopra le regole del gioco (Funny Games? Haneke?). Perché di gioco si tratta
La paura ha il solito vecchio volto bianco.