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Cinesi strafatti di sciroppo per la tosse: il festival del cinema punk di Berlino.

24 Mag

Tra le infinite declinazioni dell’amore per il cinema di genere della nostra redazione c’è anche un feticismo particolare per quei festival così assurdamente circoscritti e così irresistibilmente stravaganti da non poter non solleticare la nostra curiosità cinefila. A questo proposito siamo orgogliosi di indirizzarvi all’articolo scritto dalla nostra Elisa Cuter (l’abbiamo scoperta noi!) apparso du Berlino Cacio e Pepe Cinema su “Too drunk to watch”, il festival del cinema Punk tenutosi a Berlino (eddove se no?).

Berlino e punk, binomio inossidabile come i DrMartens che avete comprato in seconda media e che ancora sono lì belli lucidi. Ennesima prova ne è il festival dal geniale titolo“Too Drunk to watch” inaugurato l’altroieri alMoviemento, cinema più antico di tutta la Germania, sito a Kreuzkoelln (per la precisione in KottbusserDamm 22), nonché realtà sempre molto attenta al tema delle sottoculture (tra le altre cose è anche la sede dell’annuale Porno film festival).

Un piccolo festival cinematografico (meno di una ventina le pellicole, tra più e meno recenti) proprio dedicato al mondo del punk. Occasione evidentemente perfetta per tastare il polso di una realtà di quelle che maggiormente caratterizzano la Berlino più “tipica”, quella che viene in mente se si pensa alla città chiudendo gli occhi, almeno dai tardi anni ottanta in avanti.

 A giudicare dall’affluenza di pubblico, verrebbe proprio da dire: Punk is not dead! A stipare a ogni proiezione la saletta del Moviemento è un pubblico molto eterogeneo: tanti i veterani – al punto che per quanto mi riguarda la sensazione era di pieno revival dei mie quindici anni, ma i miei vicini di poltroncina avranno avuto l’età dei miei genitori – ma tanti anche gli adolescenti; tante gli outfit regolamentari, dalla cresta al chiodo borchiato, ma anche tanti i semplici cultori del genere musicale, e infine gli immancabili curiosi. Se si ha fortuna e si tende l’orecchio si può magari captare, com’è successo a me, il racconto appassionante di un ventenne palestinese con cresta verde a una coppia di squatter sulla quarantina appena conosciuta su quanto Gerusalemme testimoni l’equivalenza tra i fondamentalismi, da qualsivoglia parte provengano, sia islamica, sia ebraica, sia cristiana, per quanto riguarda l’intolleranza verso lo stile di vita punk. Concludeva poi accennando al tema della difficoltà della costruzione dell’identità, chiudendo con un sentito: «I miei genitori sono musulmani, io mi sento musulmano, ma sono ateo…ist kompliziert!». Al che i due interlocutori hanno ribattuto portando la loro esperienza di attivisti queer sulla portata di ribellione del punk nei confronti delle imposizioni moralistiche cattoliche.

 La sensazione in effetti è quella di una scena molto autocosciente, non nuova a riflessioni sul proprio ruolo (a/anti)sociale, ma soprattutto, e qui per quanto mi riguarda sta la sorpresa, anche molto autoironica: ad aprire la rassegna è stato scelto Filmriss di Felix Gerbrod, parodia del “making of” di un punk attraverso tagli di capelli, tatuaggi e prove di coraggio. Un film molto divertente, sicuramente punk per quanto riguarda la forma fatta di regia amatoriale, digitale sgranatissimo e attori improvvisati, in una sorta di cinéma verité molto scanzonato, ma dal retrogusto amaro. La trama infatti nasconde una riflessione piuttosto critica su quello che dipinge come un mondo stereotipato quanto gli altri, fatto di tanta apparenza e pochi ideali. Bisogna dire che in effetti da questi primi due giorni di proiezioni viene fuori il ritratto di una realtà molto diversificata, tenuta forse insieme soltanto da un codice d’abbigliamento, più che da una filosofia comune. Del resto, non è un caso che il primo gruppo ufficialmente punk siano stati i Sex Pistols, boy band costruita come trovata pubblicitaria per il negozio londinese di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren. Non nobili natali, insomma.

 Ma, per fortuna, in molti casi c’è ben altro dietro alle spille da balia. Se una perdita di contenuti da parte del movimento è stata fisiologica in occidente, in altri tempi e in altri luoghi il punk è stato decisamente qualcosa di diverso. In altri tempi, come ad esempio nella Germania divisa dal muro, come dimostra il documentario Ostpunk, too much future di Michael Boelke, sui gruppi punk clandestini della Ddr, o in altri luoghi, come la Pechino di Beijing punk movie, o il Sudafrica, come appare in Punk in Africa, la musica e la filosofia punk hanno rappresentato qualcos’altro. Un qualcosa che può andare dalla generica trasgressione anche un po’ politicamente confusa, ma del resto coerente con lo stesso termine “punk”, che significa “teppista”, e in ogni caso importante forma di resistenza a un regime censorio come quello cinese, fino all’opera di sensibilizzazione portata avanti da alcuni gruppi africani contro la discriminazione razziale come viene fuori dal bel documentario di Keith Jones, che oltre tutto offre una buona panoramica delle diverse fasi della musica punk e le sue varie contaminazioni con lo ska, il rock, l’oi, il jazz, il reggae e tutti gli eventuali possibili crossover.

 In fondo, tra tutte le sfaccettature che il movimento punk ha assunto dalla sua nascita, da quelle più arrabbiate a quelle più gioiose, da quelle più cazzone a quelle più rigorose, rimane un fatto: non si può in nessun modo negare la portata liberatoria, immediata e irresistibile, anche soltanto di guardare su uno schermo quattro rude boys cinesi sulla quarantina ciondolare per la città strafatti di sciroppo per la tosse. Andate anche voi a rifornirvi della vostra dose di wild youthness: il festival continua, tra documentari musicali, fiction e mockumentaries, fino a sabato, qua il programma e qui la pagina facebook dell’evento.

11mm: Festival del cinema solo sul calcio a Berlino

7 Mag

In questi giorni di grande fervore calcistico abbiamo trovato un’occasione per parlare di un genere che Betty non aveva ancora toccato ma che non poteva mancare nel nostro repertorio: il cinema sportivo. A Berlino si tiene ogni anno un festival dedicato al cinema sul calcio,  vi riportiamo il pezzo sull’ultima edizione, uscito anche su La Gazzetta dello Sport, di un reporter d’eccezione, il blogger Andrea D’addio, autore del blog Berlino Cacio e Pepe e della sua versione più cinefila Berlino Cacio e Pepe – Cinema. Gustatevelo!

Nessun tappeto rosso a base di lustrini e look da star, il green carpet (a base sintetica) srotolato da venerdì scorso davanti al cinema Babylon di Berlino è a disposizione solo di calciatori e vecchie glorie del passato e se un bambino fa rotolare un pallone non c’è nessun rischio di rovinare l’atmosfera elegante: qui un palleggio vale più di una composta posa in attesa di un flash. E’ in corso, ed oggi è l’ultima giornata, l’undicesima edizione del Footbal Film Festival, rassegna cinematografica dedicata unicamente a pellicole sul calcio. Documentari, fiction e persino cartoni animati: se è vero che i buoni film calcistici si contano sul palmo di una mano, non si può dire che cineasti di tutto il mondo non si stiano impegnando per cambiare le cose. Di storie vere da raccontare, del resto, ce ne sono tantissime e non è un caso se la maggior parte siano narrate con la formula del documentario: lo spettatore si accorge subito quando lo stop è quello di un attore e non di un giocatore professionista. Meglio la realtà, meglio i vecchi filmati, le voci e i visi di chi quelle partite le ha giocate ed ora, a distanza di tempo, ne racconta i retroscena, ciò che accadeva negli spogliatoi quando ancora questi erano una zona no limits.

E’ proprio da queste premesse che ha vita il film d’apertura della manifestazione, We are the Champions, diario del mitico portiere Sepp Maier (lo stesso di Italia-Germania 4-3), che a distanza di ventidue anni dall’ultimo mondiale vinto dalla Germania di cui era allenatore dei portieri, ha organizzato il materiale video che registrò durante Italia ‘90 per renderlo un unico ed intimo racconto. Fu la vittoria di una Germania che si chiamava ancora Ovest, ma che la caduta del muro nove mesi prima aveva già unito: la responsabilità era grande ed il piacere della vittoria fu, se possibile, ancora più liberatorio.

Tra le cinquanta pellicole selezionate un focus particolare è dedicato alle nazioni ospitanti il prossimo Europeo. Ecco quindi Poldi, Klose und der Schalker Kreisel sul fenomeno dei calciatori polacchi naturalizzati tedeschi, ed ecco The King of Kharkov, storia dell’imprenditore ucraino Oleksandr Yaroslavsky, proprietario del Metalist e protagonista di molti progetti edilizi realizzati appositamente per la rassegna iridata. La semifinale di Coppa dei Campioni del 1986 tra Göteborg e Barcellona è il momento clou del toccante The Last Proletarians of Football (guardatevi il trailer), sul celebre periodo d’oro dellasquadra svedese capace negli anni ‘80 di competere ai più alti livelli del calcio internazionale nonostante i suoi giocatori non professionisti. “Ma eravamo un vero team” spiega Sven-Göran Eriksson, lui che con quella squadra vinse una coppa Uefa nel 1982.La rinascita del Manchester City dal 2002 ai fasti di questi giorni sono raccontati con il bell Blue Moon Rising, mentre la straordinaria carriera dell’americano Jay DeMerit che a 21 anni e con 1800 dollari in tasca attraversò l’Atlantico alla ricerca di un ingaggio riuscendo a passare nel giro di quattro anni dalla nona lega inglese all’esordio in Premier, e da capitano, con il Watford, è al centro di Rise and Shine. C’è anche un po’ d’Italia grazie al corto Il numero 10 di Daniel Mejia, prodotto dalla Scuola Nazionale di Cinema e all’intervista ad Arrigo Sacchi, scelto dal giornalista David Greenfield per il suo Football’s Greatest Managers (accanto a lui: Rinus Michels, Bon Paisley e Mario Zagallo). A distanza di più di vent’anni il suo Milan è ancora ricordato come una delle più grandi squadre di sempre.

La frase del post

Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo
Pier Paolo Pasolini
Andrea D’Addio

L’uomo che visse nel futuro

7 Dic

George Pal, 1960

Il viaggio nel tempo è uno dei grandi sogni inespressi, delle utopie scientifiche del genere umano, al pari del volo senza propulsione meccanica, dell’invisibilità o del teletrasporto. I recenti esperimenti del CERN di Ginevra sui neutrini oltre che a voler detronizzare la teoria della Relatività di Einstein, potrebbero produrre risultati riguardanti lo studio del Tempo.

 L’uomo che visse nel futuro è certamente uno dei molti film sull’argomento, forse uno dei più noti, tanto da meritarsi un remake nel 2002 The Time Machine, per la regia di Simon Wells, con protagonista Guy Pearce e dove nei panni del tirannico nemico, capo dei Morlock, troviamo un poco riconoscibile Jeremy Irons. La trama della pellicola del ‘60 è piuttosto semplice. Nel 1899, un luminare più o meno eminente della comunità scientifica britannica, interpretato da Rod Taylor, ossessionato dallo scorrere del tempo (ne sono prova le decine di orologi presenti nel suo salotto), mette a punto un mirabolante macchinario, che nel rifacimento contemporaneo appare migliorato sotto l’aspetto tecnico e scenografico, citato anche nell’episodio Come eravamo…A Springfield della diciottesima stagione dei Simpson, in cui il professor Frink realizza un triciclo temporale somigliante nei particolari salienti alla nostra macchina del tempo. Nel corso del suo peregrinare attraverso le epoche, lo scienziato George, alter ego di Herbert George Wells, incontra vecchi e nuovi amici, si imbatte in catastrofi naturali e umane, contrasta mostruosi nemici e, perché no, si sofferma in riflessioni sulla moda femminile al passo coi tempi, il tutto narrato in modo onnisciente dal protagonista, che durante il film espone le sue innocenti riflessioni. Fino a giungere in un remoto futuro, in cui gli esseri umani non sono altro che inebetiti animali da cortile per i malvagi e sotterranei Morlock, caratteristica che li differenzia dai corrispettivi della pellicola del 2002, molto più simili alle popolazioni native americane e tutt’altro che imbambolati.

 Probabilmente, il più grande limite della macchina del tempo di George Pal sta nel fatto di non potersi muovere anche nello Spazio. E’ quello che fanno notare quasi subito i secchioni di Big Bang theory, che nell’episodio La macchina del tempo, appunto, acquistano su un’asta online quello che credono essere un modellino e che poi si rivelerà essere una riproduzione a grandezza naturale di quella utilizzata nella pellicola originale del 1960. Con tutto quello che rappresenta per quattro super-nerd bamboccioni avere un grosso giocattolo sfizioso nel proprio appartamento.

Il portentoso trabiccolo, inoltre, non è sicuramente la molto più cool DeLorean DMC12 assemblata da Emmett Lathrop Brown nella trilogia di Ritorno al futuro oppure la fuoriserie del film fanta-horror Frankenstein oltre le frontiere del tempo scritto, prodotto e diretto da Roger Corman nel 1990. Il protagonista, anche se dimostra coraggio da vendere , non si avvicina all’estro di Martin McFly e si discosta molto dal cliché dello scienziato vecchio o pazzo e in questo Simon Wells è rimasto fedele all’originale.

 Classico esempio di fantascienza vintage, L’uomo che visse nel futuro deve la sua genesi letteraria al genio di H.G.Wells, tra i capostipiti degli scrittori sci-fi, dalle cui opere sono stati tratti altri famosi film appartenenti al genere. Come al solito queste vecchie produzioni indovinano ben poco del futuro reale, ma tutto diventa lecito, con un occhio di riguardo agli “antichi” effetti speciali, tanto validi da meritarsi un Oscar nel 1961, e all’intrattenimento ed i sogni donati agli spettatori di ogni epoca.

Giannantonio Nero

Milano odia: la polizia non può sparare

6 Giu

Umberto Lenzi, 1974

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Giulio Sacchi, un poveretto pieno di sé residente a Sesto San Giovanni, non ha la minima voglia di lavorare. Come sfamarsi? Rapinando una banca. Se va male la rapina, si possono chiedere i soldi alla fidanzata. Se la fidanzata non ne ha, dopo averla volgarmente posseduta si può sempre scassinare un distributore di sigarette, uccidendo un poliziotto anzichenò. Finché non si arriva a organizzare un sequestro di persona (Marilù, la figlia del commendatore), seminando terrore per mezzo Naviglio e mandando al creatore un sostanzioso numero di anime. Architettando, di conseguenza, un complicato sistema di alibi, tutto potrebbe anche filare liscio, a meno che il poveretto in questione non abbia una personalità esuberante, maniacale e sadica, e che la polizia non gli metta i bastoni fra le ruote.

Questa, molto concisamente, è la trama.

Non c’è onniscienza, consapevolezza o senso della giustizia che tengano: ogni volta che rivedo questo film non riesco a stare dalla parte del commissario. Sarà la recitazione straordinaria di Tomas Milian, impegnato in un’interpretazione che lo costringe a passare dalla ferocia di una crudeltà spietata all’innocenza di un martire zozzo, ma ogni volta provo un senso di fastidio verso quelle che qualcuno chiama “le forze del bene”: spero sempre, fino alla fine, che Giulio Sacchi la scampi.

Probabilmente è il sottile lavoro psicologico operato dal regista Umberto Lenzi a scatenare in me questo antigiustizialismo. Ogni personaggio è costruito secondo una sensibilità diversa, che segue un ordine stabilito: c’è il livello della giustizia, riservato al commissario. Poi quello dell’innocenza, dove si colloca la povera Iole Tucci, fidanzata di Giulio, freddamente gettata dalla scogliera di un lago da parte del di lei compagno. Segue il gradino dei morti ammazzati, siano essi poliziotti o criminali, borghesi o marchettare, senza distinzione, rispettivamente, di livello d’onestà o ceto sociale: indispensabile, però, per sviluppare il tema della lotta tra classi. Poi c’è il primo girone, quello degli assassini; è il girone di Carmine e Vittorio, ma non quello di Giulio: a lui spetta il livello peggiore, quello dei crudeli, perché uccide a sangue freddo, senza chiedersi se ne valesse la pena, ma di contro giustificando sempre il suo atto come necessario alla riuscita del piano.

Si veda lo schema come un cerchio, nel quale quest’ultimo anello si ricollega con il primo.

Alla fine del film le parti si invertono: Giulio entra nel livello della giustizia (non ai nostri occhi forse, ma a quelli di un ipotetico fruitore reale sì), perché assolto dai suoi capi d’accusa e messo al patibolo della giustizia sommaria del commissario, che senza uno straccio di prova spara, ritrovandosi al posto di Giulio nel girone dei crudeli.

Ho concepito questa struttura perché trovo lampante come Lenzi cerchi di analizzare i problemi di una società in contrasto con le sue componenti, e delle componenti della società in contrasto con se stesse: Giulio è un “dritto”, ma davanti alla morte ha paura; Iole è innamorata, ma pronta a denunciare il suo amato; Carmine uccide, ma muore cercando di vendicare la rapita; Vittorio è un assassino e obbedisce a Giulio, ma quando scopre che questo ha ammazzato l’amico cerca di aggredirlo e viene ucciso.

Analisi psicologica e strutturale a parte, eccoci arrivati ai punti che più interessano i lettori di Betty: pallottole e sangue, sex and violence. I morti non stanno sulle dita di due mani, per quanto gli omicidi non siano troppo truculenti: una scena che vale molto è quella nella casa in cui si rifugia Marilù, nella quale vengono uccise due donne, due uomini e una bambina. Le due donne e uno degli uomini vengono appesi a un lampadario e periscono sotto colpi di mitra, dopo che Giulio ha ucciso la figlia di una delle donne. Mio padre ne è rimasto sconcertato, e dopo anni che non vedeva il film ha chiuso gli occhi.

Infine, a livello tecnico questo film è una perla della cinematografia italiana. Godibilissimi raccordi tra le sequenze, e tra i più svariati: messa a fuoco graduale, ripresa delle battute o continuazione logica tra una scena e l’altra e chi più ne ha, più ne metta. Immancabili gli zoom rapidi nei momenti di tensione, soprattutto sui primi piani del viso dal basso in alto e sui cadaveri o (più raffinato) sul sangue dall’alto in basso. Zero soggettive. Molte riprese dall’auto, e pochissimi carrelli, ma un numero incalcolabile di zoom in avanti a stacco scena e all’indietro in apertura. Sì, hanno abusato di zoom.

Tirando le somme, il film è interessante sul piano psicologico, godibile per quel che riguarda la trama, formidabile stilisticamente ed esaltante per gli estimatori del genere. Betty e il sottoscritto lo consigliano a tutti, tranne ai bambini, ai romantici e ai sior Brambilla. E se c’è un ultimo avviso da dare, come se la violenza, il sangue e le atrocità di vario genere non bastassero, è che Tomas Milian mastica la gomma per l’ottanta percento del girato.

Mars Attacks!

4 Giu

Tim Burton, 1996

di Giannantonio Nero

Come fare il verso scanzonato alla fantascienza degli anni ’50? Tim Burton propone la sua versione dei fatti. Il regista, che aveva precedentemente diretto il film biografico Ed Wood (1994), su uno degli indiscussi maestri del genere b-movie, lascia le sue tipiche atmosfere gothic-dark, per dedicarsi ad uno stile che si avvicina molto all’animazione, ad esempio i cattivissimi invasori spaziali sono realizzati utilizzando la computer grafica.
Anche se sembra ambientata in un’epoca contemporanea, la pellicola, come già detto, richiama uno stile simile a quello degli anni ’50, soprattutto notiamo l’anacronistica presenza di armi e mezzi di trasporto dei quali lo zio Sam non dispone da alcuni decenni. Il tutto è chiaramente voluto da Burton, proprio per omaggiare il genere fantascientifico tipico in passato.

Nel film si intrecciano le vite e le vicende di americani più o meno normali. Il presidente Jack Nicholson, la first lady Glenn Close e la loro figlia, la neo vincitrice dell’Oscar Natalie Portman. I tipici provincialotti cafoni, tra i quali un giovane Jack Black marine fanatico. Un gruppetto di vari personaggi a Las Vegas, con un cameo di Tom Jones nella parte di sé stesso, oltre a Danny de Vito e ancora Jack Nicholson, nei panni di un poco onesto proprietario di hotel-casinò, che viene distrutto nell’attacco a Las Vegas. Proprio queste scene vennero girate dal vivo, quando casualmente ci fu la necessità di demolire un vecchio edificio per fare posto a nuove strutture, pratica molto diffusa e consueta nella famosa città del gioco d’azzardo, e poi montate con tutto il resto. I militari non del tutto convinti sulle intenzioni dei visitatori extraplanetari, con Pierce Brosnan, penultimo 007 sul grande schermo, nella parte del consulente scientifico della Casa Bianca, convinto della venuta pacifica dei marziani. Il mondo dell’informazione giornalistica a caccia di scoop, con le sembianze di Michael J. Fox e di Sara Jessica Parker (simpatico il trattamento riservato alla futura Carrie di Sex and the city dagli invasori alieni), che offrono ai cine e tele spettatori una descrizione del primo incontro tra terrestri e marziani molto simile a quella della famosa trasmissione radiofonica ad opera di Orson Welles.
Un cast “stellare”, che fa da cornice alla divertente storia, dalla recitazione certamente non tra le più impegnate di Hollywood. Senza trascurare i molto aggressivi omini verdi, in questo caso più grigiastri, dal corpo smunto, il tipico testone alieno e gli occhioni sparati fuori dalle orbite.

Fin dal primo contatto sono chiare le intenzioni bellicose dei cattivissimi marziani, che spazzano via ogni forma di opposizione terrestre a colpi di raggi laser disintegratori e che poco apprezzano le forme di vita umane, tranne che per i vizi e i divertimenti.

A differenza di Mars Attacks!, all’epoca delle pellicole originali, gli omini verdi, provenienti dal Pianeta Rosso, si collocavano idealmente al fianco di altri storici nemici della cinematografia a stelle e strisce: i redskin, i pellerossa. Il rosso aveva una precisa simbologia negli USA, perché i rossi erano i sovietici, ma anche i comunisti in genere, il nemico numero 1 del popolo statunitense in quegl’anni, tra paure nucleari e caccia alle streghe Maccartista.
Ovviamente, all’epoca dell’uscita di Mars Attacks! si era lontani alcuni anni dalla caduta del Muro e dagli ideali politici di decenni prima.

Si potrebbe fare, invece, un particolare accostamento con un’altra produzione sci-fi proprio dello stesso 1996: Indipendence Day. Mentre Tim Burton ha volutamente proposto un approccio comico al genere catastrofico spaziale come personale tributo, Roland Emmerich ha affrontato lo stesso tema in maniera seria, strizzando l’occhio ad alcune celebri teorie del complotto (lo schianto UFO su Roswell, presunti rapimenti alieni, la misteriosa Area 51). Un fattore comune tra le due produzioni, però, è l’iniziale e, a quanto si capisce nel corso dei minuti, infondata fiducia da parte dei terrestri in intenzioni pacifiche da parte degli invasori.

Tuttavia, come nella stragrande maggioranza delle pellicole con antagonisti extraterrestri ostili, anche in Mars Attacks! alla fine gli esseri umani, sebbene disperati, stremati e tecnologicamente inferiori, arrivano alla vittoria, tra manifestazioni di giubilo e, soprattutto, di fratellanza planetaria, presenti, forse, solo nella fantascienza cinematografica.

Ilsa, la belva delle SS

20 Mag

(Don Edmonds, 1975)

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Film tra i più celebri della cosiddetta nazisploitation, Ilsa, la belva delle SS non deluderà gli amanti degli splatter erotici: è infatti un potpourri di donne nude, sangue, torture, malignità e nazismo.

Soprattutto nazismo: non ci sono dieci inquadrature di fila (compresi i controcampi) nelle quali non si vedano una svastica o un ritratto di Hitler; ma non è solo questo.

Pur non vantando di una vera e propria trama, si può tracciare una panoramica degli avvenimenti: in un campo di ricerca medica in un non meglio specificato luogo della Germania, Ilsa (Dyanne Thorne), tremendo capitano nazista, non solo tortura le recluse ebree, ma gode nel portare a letto i prigionieri che, non sapendo soddisfarla, vengono sistematicamente evirati. Almeno fino a quando nel campo non arriva l’americano Wolf (Gregory Knoph), patriottico e spavaldo, il quale riuscirà a conquistare Ilsa grazie alle sue strabilianti doti in campo sessuale. Sarà inoltre lui stesso ad organizzare la rivolta dei detenuti, che da tempo coltivano la sete di vendetta.

Don Edmonds e Jonah Royston, rispettivamente regista e sceneggiatore, sanno pilotare lo svolgersi delle vicende in un meraviglioso climax di violenza, e le scelte registiche sono di una sobrietà che solo apparentemente non si sposa con l’estetica di un film di questo genere: vista la quantità di elementi sadici, troppo sangue (e comunque ce n’è) o scene di tortura troppo lunghe avrebbero rovinato il delizioso lavoro compiuto per rendere completamente asettico questo film.

Il pregio maggiore è di non portar via troppo tempo (96 minuti), inoltre la recitazione non è esasperata e non ci sono, nei personaggi, elementi che li rendano completamente odiosi allo spettatore. Non è la tortura l’essenza del film, sembrerebbe piuttosto il sangue unito ai corpi nudi femminili ad essere il centro nevralgico su cui il regista ha voluto far ruotare l’intero girato (oltre al nazismo, cardine però di una più becera volontà d’accusa, di cui sparlerò più tardi). Poche le scene senza sangue, ancor meno quelle con donne vestite, la belva verrà infine incastrata proprio a mezzo del sesso.

Per quel che riguarda invece il fine ultimo del film (e spero vivamente che il produttore, David F. Friedman, non si sia preso troppo sul serio), emblematica è la scritta che ne precede l’inizio: “con questo film vogliamo auspicare che tali spaventosi crimini non debbano più ripetersi” (firmato, tra l’altro, Herman Treager, dato che il suddetto produttore non ha voluto accreditarsi col suo vero nome). Lungi da me (e da Betty) ogni sorta di volontà apologetica (anzi appoggiamo, nel concetto, la frase), m’è parso inutile, in un film di genere, voler sottolineare un distacco ideologico; tanto più m’è parso un tantino becero (e ci si ritorna) voler affidare a Wolf, indiscusso salvatore dei reclusi, il ruolo del grande democratico, che ammonisce e cerca di frenare la sete di vendetta delle torturate, le quali vorrebbero rifarsi sul medico e sulle guardie del campo, finalmente nelle loro grinfie. Qui la parte dei cattivi la recitano i cattivi, quella dei buoni i buoni, senza che ci sia quell’inversione delle parti che tanto compiace il cinismo del sottoscritto; ma tant’è.

Se si tralascia questo exploit di benevolenza americana, il film rimane una chicca per quanti amano profondamente il genere, e trattandosi in questo caso di un vero e proprio mix di generi, in molti ne rimarranno soddisfatti. Senza dimenticare che, in Grindhouse, Tarantino e Rodriguez gli hanno dedicato uno dei fake-trailer (e, per quel che mi riguarda, fatto Machete potrebbero rifare questo).

Solo un particolare, durante lo scorrere delle scene, mi lasciava perplesso: come mai, dei molti proiettili infilati in altrettante fronti, nessuno facesse mai esplodere una testa.

Nemmeno in questo caso sono rimasto deluso.

I corpi presentano tracce di violenza carnale

10 Mag

Il film italiano della settimana

Di Rocco

I CORPI PRESENTANO TRACCE DI VIOLENZA CARNALE-1973 di Sergio Martino

Proseguendo il viaggio attraverso pellicole di culto e geniali mestieranti del nostro cinema, vi parliamo di un film e di un regista che non potevamo proprio trascurare. Il regista e’ Sergio Martino, che forse incarna piu’ di ogni altro il regista di b-movies all’italiana. Forse proprio per questo e’ amatissimo da Tarantino ed Eli Roth, che non perdono occasione per organizzare negli States proiezioni pubbliche dei suoi migliori thriller. Sergio non si e’ mai fatto problemi nel copiare colleghi italiani ed americani, ha seguito spesso la corrente attingendo a piene mani dal sesso e dal sangue che piu’ facevano botteghino. Non ha mai avuto il talento di Bava e Fulci ne’ ha saputo dare ai suoi film la stessa impronta stilistica. Inoltre ha voluto spesso occuparsi della stesura di sceneggiature e dialoghi non di gran livello. Ma da questo non di rado nascevano dei gran film. E’ un regista al quale tutti gli amanti del cinema di genere devono dire grazie. Ci ha regalato un Lino Banfi nel pallone, Ursula Andress seminuda braccata dai cannibali (La montagna del dio cannibale), uno spaghetti-western talmente estremo da uscire con il divieto ai minori di 18 (Mannaja), le peripezie comico-erotiche di Gigi e Andrea e molto altro. Ci ha mostrato il lato oscuro della Fenech (Lo strano vizio della signora Wardh, Il tuo vizio e’ una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave) e tutto il resto (Giovannona Coscialunga). Il film di cui vi parliamo oggi e’ un piccolo gioiello del cinema che piu’ ci piace. Pieno di omicidi molto splatter (la scena del corpo straziato dall’auto e’ antologia) con mutilazioni, smembramenti, sgozzamenti e spruzzate di sesso torbido, ha comunque il vero punto di forza nella seconda parte, in cui il meccanismo della suspense funziona a meraviglia, come nel miglior cinema classico. Presenta molti elementi che influenzeranno lo slasher americano, come la soggettiva dell’assassino che per buona parte del film rimane senza volto ed il cast al femminile che diventa carne da macello (tranne la Kendall, la meno attiva sessualmente, altra regola rispettata). Da gustare la famosa sequenza della chiave, geniale culmine della tensione. Meritano una citazione anche la sceneggiatura dell’ottimo e prolifico Ernesto Gastaldi (Assassinio al cimitero etrusco, Milano odia la polizia non puo’ sparare, La morte cammina coi tacchi alti ma anche C’era una volta in America) e la colonna sonora firmata dai fratelli De Angelis, davvero efficace.

Curiosita’
Martino per alcune sequenze si ispiro’a Terrore Cieco del 71 di Fleischer (Viaggio Allucinante).
La pellicola usci’ negli Stati Uniti con il titolo di Torso ed ebbe grande successo. Inoltre, rispetto alla versione italiana, quella USA ha il vantaggio di non essere stata falcidiata dai tagli della censura. Abbiamo gia’ parlato dell’amore di Tarantino e Roth per Martino. Entrambi hanno citato questo film, il primo nel finto trailer Don’t apparso in Grindhouse si ispira al trailer americano de I corpi; il secondo si rifa’ al capolavoro del regista romano per l’incipit di Hostel 2. Sergio Martino, come successo a molti altri esponenti del cinema di quegli anni, e’ stato rivalutato recentemente dalla critica grazie soprattutto alle belle parole spese per lui da Quentin. Negli ultimi anni ha diretto diversi prodotti televisivi (Carabinieri7) e un sequel de L’allenatore del pallone, di cui avremmo fatto volentieri a meno. Resta uno che il mestiere lo conosceva bene, regalandoci film tecnicamente perfetti (per esempio ne I corpi presentano tracce di violenza carnale la macchina da presa che non indugia ma che viene utilizzata in maniera complementare al sonoro per creare un effetto ancora piu’splatter) ha saputo divertirci e soprattutto spaventarci come pochi.

SCRE4M

3 Mag

Di Brus

Scream 4 – Wes Craven – 2011
Il maestro della tensione Wes Craven si dà al cinema autocelebrativo e riporta sui grandi schermi un tizio in saio nero e volto mascherato che non si faceva vedere da ben 11 anni nonostante nell’immaginario popolare costituisca da allora una figura iconica. SCRE4M. Un sequel che sa tanto di remake dell’originale Scream del 1996. Un’opera dal sapore beffardo e dal retrogusto nostalgico.

Lo schema narrativo è sempre il solito (e gode nell’esserlo): lo stalker cinefilo che gioca con le sue vittime al telefono un po’ come il gatto gioca con la lucertola prima di mangiarla, i teen-ager americani dai connotati (oggi ancora più di ieri) fortemente stereotipati e pirandelliani, la trovata sempre avvincente di farti sospettare di personaggi che dopo pochi minuti vengono uccisi. Se SCRE4M fosse solo questo risulterebbe un’opera intenzionalmente ordinaria, già vista. Ma al contrario si autoproclama come chiosa della trilogia precedente in maniera straordinariamente riflessiva, obbligata com’è a discostarsi dai favolosi anni ’90 (che però restano ben presenti nella cittadina di Woodsboro, incatenata nel tempo e in lotta continua con i fantasmi del passato) per accarezzare con la delicatezza tipica del filone slasher i temi della postmodernità.

Di fatto la trama di fondo assume quasi un valore pretestuoso (o pretestuale) di fronte alla mole di accezioni che assume una pellicola con così tante chiavi di lettura. È meta-cinema allo stato brado in grado di porre lo spettatore in una condizione di imbarazzo metafisico nel chiedersi a metà film: “Ma avrò imboccato la strada giusta o sarò intrappolato nell’ennesimo film dentro il film dentro il film dentro il film?”. E come se non bastasse il sistema di scatole cinesi che ricorda tanto l’eXistenZ di Cronenberg (o sarebbe meglio chiamarlo Trascendenz?) l’appassionato di cinema si trova catapultato in una cornucopia di riferimenti e ipercitazionismo quando dotto, quando popolare. Il continuo dialogo fra passato e presente (futuro?) si incastona così in diverse dimensioni interpretative: 1) Nell’universo degli eventi del film (un universo che vuole essere statico; titubante di fronte all’evoluzione del mondo) mettendo di fronte la vecchia (più impacciata che intraprendente) con la nuova generazione (così dannatamente meravigliosamente simile alla vecchia quando era ancora giovane). 2) Gli enciclopedici e continui rimandi a film del genere horror (il che aprirebbe una serie di disquisizioni sulla questione meta-concettuale. “In SCRE4M esiste la storia del cinema; ma SCRE4M è consapevole di farne parte?”. Chi vi scrive risponderebbe di sì. Ai posteri l’ardua sentenza); L’ultima casa a sinistra [Buon vecchio Craven!] vs. Saw, Halloween vs. Le colline hanno gli occhi [Buon vecchio Craven!], Nightmare [Buon vecchio Craven! L’encomio di te stesso!] vs. Amityville Horror ETC. 3) Il riferimento alla matrice soggettiva che oggi, ma nacque ieri, domina il genere cinematografico in questione (The Blair Witch Progect (1999 – forse capostipite del genere), [REC], Cloverfield, fino agli ultimissimi Paranormal Activity, Il Rito, ETC). Eppure quello della meta-soggettiva (l’ennesimo meta-) resta un monito che rimane puramente accademico dato che in SCRE4M, se non in qualche fulmineo accenno provocatorio, la struttura del montaggio è rigorosamente votata agli stilemi tecnici di un decennio fa. si E fra la moltitudine di titoli sparati a raffica (omicida) compare timido anche l’italiano Suspiria (1977) del maestro Dario Argento. Forse unica misera nota italiana all’interno dell’opera oltre all’accento politico che costituisce il pre-finale e suggerisce un’antica, seppur posta in termini estremamente nuovi ed efficaci, speculazione sociologica: “Perché dovrei studiare o lavorare quando posso garantirmi un posto da Star grazie alla mia tragedia personale?”.

E poi tanti altri piccoli particolari che inanellano il film lasciando illibate le atmosfere anni ’90 (nella testa riecheggiano romantiche le musiche di Dawson’s Creek e Beverly Hills 90210) che inevitabilmente diffondono quella nostalgia da Pigiama Party. Ghostface assume il volto di icona pop (anche grazie a, o per colpa di, film come Scary Movie (2000) o Shriek – Hai impegni per Venerdì 17? (2000) che ne hanno forzato la componente parodica a tal punto da destabilizzare quella tensiva) e gli adolescenti di Woodsboro lo venerano e conoscono a memoria l’interminabile serie di film (Stab – Squartati) derivata dal suo ultimo massacro e dalla leggenda che si porta dietro. Ghostface è l’unico senso di Woodsboro.

Conoscere le regole dell’horror non ti salverà questa volta; questa volta lui si filma e si firma ponendosi ancora di più sopra le regole del gioco (Funny Games? Haneke?). Perché di gioco si tratta
La paura ha il solito vecchio volto bianco.

I Cinespazzini

21 Apr

Betty è orgogliosa di pubblicare questa amorevole parodia ad opera dei suoi più attivi e affezionati collaboratori.

Reazione a catena

17 Apr

Il film italiano della settimana

di Rocco

REAZIONE A CATENA 
di Mario Bava (1971)


“Il genere slasher
 si riferisce a quel gruppo di film horror in cui il protagonista
 indiscusso è un maniaco omicida che da la caccia ad un gruppo di
persone…benché il capostipite sia considerato Halloween,  esistono due 
film precedenti che incarnano tutte le caratteristiche principali dello 
slasher. Un Natale rosso sangue di Bob Clark e Reazione a catena di
 Mario Bava”
Wikipedia



”Gli slasher tipo venerdì tredici sembrano
 averlo copiato spudoratamente senza per altro aver capito l’essenziale:
che Bava non rispetta alcuna regola. E non solo è più colto e più
 i ronico dei suoi presenti epigoni, ma anche molto più cattivo”.

 Alberto Pezzotta autore di una monografia sul regista.



Antefatto:
 Burbank, periferia di Los Angeles: 1968

. Un ragazzino di dieci anni con 
i capelli arruffati e le lenti spesse mangia avidamente pop corn e non
 stacca gli occhi dallo schermo. quella sera si proietta al cinema del 
quartiere Operazione Paura di Mario Bava. Quel ragazzino è Tim Burton,
che definirà un maestro dei colori e delle atmosfere il regista 
italiano. Tim amava molto anche la Maschera del demonio (primo horror
 gotico italiano) e non farà mai mistero di quanto quei film (come 
quelli di Corman e di altri maestri americani) lo abbiano influenzato.

Un paio di anni dopo Bava, girando un film nelle campagne tra Sabaudia
 e Latina farà molto di più, creando di fatto quello che sarà uno dei
 generi più lucrativi della storia del cinema americano: lo slasher,
tipico teen movie dove una donna con gli abiti strappati e inseguita dal
 solito assassino senza volto che brandisce un’ascia, un arpione, una 
sega elettrica e chi più ne ha…
Un genere che Wes Craven ridicolizzerà
anni dopo in Scream.
 Solo per citare le saghe più conosciute:
Halloween di Carpenter, Venerdì 13, Nightmare. Venerdì 13 è sicuramente 
quella che più deve a Mario (nel secondo capitolo, L’assassino ti siede
 accanto, c’è un doppio impalamento esattamente come in Reazione a 
catena).
 Partendo dal primo sconvolgente delitto, Bava che ne mostra 
altri 13 con tanto di particolari raccapriccianti come nello stile del
 papà dello splatter italiano (effetti speciali di Carlo Rambaldi) ma
 comunque mantenendo con la macchina da presa un distacco quasi da 
entomologo. Sigificativo in questo l’altro titolo del film. Ecologia
 del delitto (il titolo iniziale doveva essere Cos’imparano a fare i 
cattivi). Come scriveva William Gording nel suo romanzo il Signore
 delle mosche “gli uomini fanno il male come le api fanno il miele”. La
 storia raccontata è un pretesto ma questo non è un male. L’esplosione 
di violenza non è altro che una reazione spontanea, una causa effetto 
dovuta alla natura dell’uomo, avido e spietato. Bava decide di girare
 questo suo documentario in una baia circondata da villette isolate
(location che diventerà tipica). Nell’ottimo cast spiccano Luigi 
Pistilli, uno dei migliori caratteristi nostrani ed una diabolica 
Claudine Auger. Il beffardo finale è l’apice della cattiveria del
 regista: forse non c’è speranza per il genere umano…


Curiosità:
 Mario 
Bava è figlio di Eugenio Bava, direttore della fotografia di film
 memorabili come Quo Vadis ? (del 1913) e Cabiria, e autore di molti
filmati dell’istituto Luce (passato alla storia quello con il finto
sbarco delle truppe italiane a Malta).
Mario ha lavorato sul set con
grandi registi italiani  come De Sica, Rossellini, Risi, per citarne alcuni, e 
stranieri (Pabst, pluricitato in Inglorious Basterds e Raoul Walsh).
Suo figlio è l’ottimo regista horror Lamberto Bava che in Reazione a 
catena gira la sequenza della morte del pescatore.
Reazione a catena è
 uno dei pochi film di cui Bava, ipercritico verso sé stesso, si disse
soddisfatto. A Bava si deve il lancio della Fenech come attrice (5
 bambole per la luna d’agosto del ’70).
Per molti il suo capolavoro è 
Cani arrabbiati, che non uscì mai nelle sale, ma che trovate in DVD
 anche con il titolo di Semaforo rosso (ve lo consigliamo). E’ anche 
ritenuto il padre del giallo thriller italiano con la La ragazza che
 sapeva troppo, un film alla Hitchcock che ispirerà tutta la filmografia 
di Argento.
Dileggiato dalla critica ai tempi, è giustamente
 riconosciuto come un pioniere che ha portato lo spettatore italiano,
abituato all’epoca a piangere o ridere, verso territori oscuri e
sconosciuti diventati poi materia del cinema più popolare amato.