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Bad Taste: il cattivo gusto è servito

9 Gen

Peter Jackson, 1987.

Non aspetterò la fine della recensione(l’equivalente del terzo appuntamento per i critici per bene)per affermarlo: non si può non amare Bad Taste. E non perché sia un gustoso reperto di archeologia cinematografica, di quelli che mandano in solluchero i feticisti del “lo sapevi che …”, o perché sia una vera chicca per gli amanti del trash d’autore. E ad essere sinceri, non è nemmeno particolarmente intrigante o avvincente. Ma non si può non pensarci con infinito affetto cinefilo perché è un concentrato, un paradigma, un emblema che parla a tutti noi amanti di cinema, di splatter e dell’imprescindibile aspetto ludico di quest’arte.

Punto primo: insensatamente splatter. La storia verte attorno a una task force speciale incaricata di sgominare una banda di alieni infiltrati nella cittadina di Kaihoro (luogo inventato il cui nome in maori può significare sia fast food che “città-cibo”) per rapire esseri umani e trasformarli in esotiche pietanze da servire in un fast food intergalattico. Ed è qui che il cattivo gusto alimentare incontra quello cinematografico. La trama, sì disgustosa ma non particolarmente ingegnosa,non è altro che un pretesto per mettere in scena una sequenza splatter dietro l’altra. Quale può essere il cibo più prelibato per gli alieni se non il vomito di umano? Che tra l’altro uno dei “boys”, gli agenti speciali in missione, è obbligato ad assaggiare in una memorabile scena in cui affonda il viso in un ciotolone pieno di liquame verde fosforescente. Anche le diverse scene, che inframmezzano tutto il film, di Peter Jackson con il cranio aperto in due che si riappiccica pezzi di cervello che gli sono schizzati via e si tiene insieme il tutto con una cintura, è totalmente gratuita, eppure noi tutti gliene saremo sempre infinitamente grati. Per non parlare poi della finale e insensata violenza contro una pecora, colpita in pieno da un razzo vagante( sì, animalisti, avete di che protestare). Insomma il titolo è una chiara dichiarazione di intenti, una promessa che, fidatevi, non verrà disattesa. Corpi verranno infatti segati e sviscerati, fatti a pezzi e ricomposti con bella mostra di sangue finto (e, per carità, non ci proviamo nemmeno a farlo sembrare vero)e organi interni, in un potpourri di effetti speciali casalinghi ma geniali. Ed era necessario? Assolutamente no.

Punto secondo: amorevolmente homemade. E’ il 1987 e un giovanissimo (e magrissimo) Peter Jackson,siamo prima di “Amabili Resti”, prima di “King Kong” e prima ancora (ebbene sì, c’è un prima) della saga del Signore degli Anelli che lo renderà famoso in tutto il mondo, se ne va in giro per le campagne neo-zelandesi con una telecamera 16 mm a inscenare assieme a un affiatato gruppo di amici un’invasione aliena. Per la realizzazione vengono spesi circa 25.000 dollari, una cifra irrisoria se si pensa che il film avrà una distribuzione internazionale e approderà addirittura al Festival di Cannes. E’ vero, praticamente a riprese terminate la New Zeland Film Commission investì circa 200.000 dollari nel progetto, ma questa è la parte della storia che ci piace tralasciare. Insomma, quando noi amanti del cinema di serie b parliamo di “low budget” ed “exploitation” è proprio a questo che ci riferiamo. Partendo dal fatto che quasi tutti gli attori, una quindicina in tutto, interpretano più ruoli. Lo stesso regista è sia un membro della task force che un alieno, e in una scena memorabile riesce a lottare anche contro se stesso. Oltre a ricoprire un’altra infinità di ruoli all’interno della produzione. Ad esempio, confezionò le maschere degli alieni nella propria cucina e la loro forma particolare deriva proprio dall’esigenza di farle entrare nel forno della madre (se vi immaginate la signora Jackson che va per infornare le salsicce e trova una testa d’alieno nel forno fate bene, perché è successo davvero). Comunque le ristrettezze economiche non tolsero spazio alle scelte stilistiche d’autore. Il dolly e la gru per le riprese più audaci furono costruite interamente in casa, oltre a una steady-cam realizzata con materiali di recupero per soli 20 dollari. Insomma, qui c’è del genio.

Punto terzo: let’s do it. Bad Taste è emblematico di un genere di cinefilia lontana dallesale di cinema d’essai e dall’ideologia del dibattito intellettuale. Un mondo in cui si ama il cinema di un amore viscerale e adolescenziale, in cui guardare film non può essere separato dalla dimensione creativa in senso stretto. Si trascende dunque la dimensione passivo-teoretica dello spettatore verso una in cui il cinema è anche e sempre una risposta a esigenze narrative che si devono piegare a continue esigenze pratiche e materiali. Per intenderci ci riferiamo a quei film impressi indelebilmente nei nostri cuori che recitiamo a memoria con gli amici e che sogniamo di ricreare un giorno. Perché in fondo lo sappiamo, il bambino che c’è in noi farebbe film in cui esplodono teste e in cui in ogni scena c’è una motosega e se ne infischierebbe di una bambina francese che racconta il sottile piacere di infilare le dita in un sacco di lenticchie. Jackson e i suoi amici girarono il film interamente di domenica, perché durante la settimana lavoravano e il sabato era già il giorno del calcetto (o almeno così vuole il mito). A questo ritmo ci vollero quattro anni per terminare il lavoro. Il che ha creato non pochi problemi di coerenza, fornendo materiale in abbondanza ai maniaci dei goofs. Bisogna tenere conto che il film inizialmente doveva essere un corto di 10 minuti, poi però, rendendosi conto che c’erano ancora molte cose da fare esplodere e da fare a pezzi, si decise di allungarlo in corso d’opera fino ad arrivare ai 90 minuti di lunghezza senza mai stendere una sceneggiatura definitiva. Come racconta nel documentario sul film “Good Taste made Bad Taste” (assolutamente consigliato) Peter Jackson fu da sempre affascinato dalla macchina da presa, e quando, ancora bambino, ricevette la sua prima 8 mm in regalo scavò una buca in giardino, improvvisò delle uniformi militari e imbastì un mini-film di guerra insieme ai suoi amici di scuola. Era il 1973 e Peter realizzò i suoi primi effetti speciali simulando gli spari del fucile attraverso dei buchi nella pellicola. A questo seguirono nel corso degli anni altri film, nessuno mai portato a termine, ma tutti a modo loro arguti e visionari.

Punto quarto: pochi soldi e grandi sogni. Quello che amiamo di questo film, e molto spesso dei b-movies in generale, è che la mancanza di soldi e mezzi non ridimensiona affatto le idee insensatamente megalomani. Ed è proprio in questo scarto, spesso enorme, tra budget a disposizione e progetti che non hanno nulla da invidiare ai grandi kolossal (e qui parliamo di uno che i kolossal li farà davvero), che nascono le perle di questo genere. In fondo quello che Hollywood ci ha veramente insegnato ad amare non è proprio la grandiosità? Per questo Jackson non rinuncia in un film casalingo a colossali effetti speciali, che includono razzi, mega-esplosioni, sangue che schizza come geyser, case volanti e alieni. E prima di scivolare penosamente nella retorica del film da back yard, ci limiteremo a ricordare che le armi da fuoco furono interamente costruite in fimo,legno e cartone e che l’audio fu aggiunto in post produzione perché la sua Bolex non registrava il suono (oltre a poter registrare solo 30 secondi alla volta). Anche in tutti i film incompiuti precedenti a Bad Taste non mancano effetti speciali e personaggi fantastici realizzati interamente da Jackson. Tutti però furono abbandonati perché, per ammissione dello stesso regista,le sue idee superavano di gran lunga le sue capacità e lui non era uno disposto a venire a patti con la dura realtà.

In fin dei conti, Bad Taste non è un film che vi terrà incollati allo schermo per tutti e 90 i minuti e, a dirla tutta, gli ultimi dieci minuti risultano anche un po’ stagnanti perché i protagonisti sembrano più presi dal divertirsi con i combattimenti che dal portare avanti il film. Ma nonostante questo colpisce per i suoi effetti speciali cheap ma geniali, la sua originalità e il proliferare di citazioni e strizzate d’occhio (ad esempio alla “Casa”, “Zombi”, “Non aprite quella Porta” e alla fantascienza anni ’50). Un portentoso mix di splatter, gore, sci-fi e horror, reso unico dall’irriducibile humor che pervade tutto il film. Diventando un cult e entrando nella leggenda. Come succede in questo genere ciò che sul film si è detto, ciò che ha ispirato e suscitato ha poi superato il film stesso diventando un mito di venerazione pop. A questo si deve aggiungere il culto della personalità di Jackson, un maniaco-ossessivo, perfezionista patologico che non lascia nulla al caso (si noti che per far esplodere la casa e farla volare, sì volare, furono costruiti un modello di 5 metri e uno in scala), le cui trovate assolutamente geniali, i feticismi e l’entusiasmo incontenibile non possono che conquistarci. E nel frattempo noi fan di tutto il mondo rimaniamo col fiato sospeso in attesa del sequel (così snobbati dal pubblico main stream, ma tratto distintivo dei b-movies) del quale si vocifera da anni ma che non è ancora stato realizzato.

Arianna Verdecchia

Non si sevizia un paperino

31 Mar

Il film italiano della settimana di Rocco

Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci (1972)

“Non si sevizia un paperino rientra perfettamente nelle regole più bieche di questo genere di imitazione: disonestà nell’impiego della suspense, abuso di particolari orripilanti, sadomasochismo a piene mani, recitazione a ruota libera, disprezzo della logica”  Morando Morandini

“E’ il mio film meglio riuscito” Lucio Fulci

“…nuova genesi del thriller italiano, fulcro ed insieme summa stilistica e tematica dell’opera di Fulci” Nocturno

Noi siamo con Lucio. E’ uno dei padri del cinema gore-splatter italiano, uno che ha spaziato nel cinema di genere definendosi un “terrorista”, un regista capace comunque sempre di dare un’impronta forte ai suoi film soprattutto grazie alla rappresentazione della violenza, visionaria e spesso anatomicamente inattendibile (nonostante la sua laurea in medicina). Dallo Spaghetti Western all’horror, passando per il poliziottesco (difficile dimenticarsi Luca il contrabbandiere, con le pallottole che squarciano la guancia e la donna torturata con la fiamma ossidrica), Fulci non ha sempre sfornato opere eccelse, ma sicuramente pellicole originali, sovversive, intrise del suo genio a tinte rosso sangue.

La violenza, comunque (anche se sicuramente presente in maniera considerevole fra cadaveri di bimbi, massacri di donne a tempo di rock e lo sfracellamento finale, opera addirittura del grande Carlo Rambaldi), non è l’elemento di maggior rilievo di Non si sevizia un paperino, né il più disturbante. Si respira perversione, c’è un’ambientazione nel profondo sud, una Twin Peaks lucana dove, sotto un sole che acceca, l’universo malato e violento immaginato dal regista prende forma. Un luogo dove superstizione e fede religiosa si fondono attingendo entrambe all’ignoranza e al pregiudizio. Non si assiste solo all’efferata violenza contro ai bambini, ma anche alla feroce discriminazione verso i “diversi”: lo scemo del paese, la donna del nord che gira in abiti succinti (la splendida Barbara Bouchet), la presunta strega (l’intensa Florinda Bolkan), il giornalista capellone (un giovane Milian qui doppiato da Pino Colizzi e non dal solito romanesco di Amendola). Come spesso capita alcune di queste figure riusciranno a redimersi evidenziando in parte la loro umanità, mentre la faccia buona del paese mostrerà il male che cova sotto la sua ipocrita coltre di riospettabilità (da questa descrizione della provincia sicuramente prenderà spunto quattro anni dopo Avati per il bellissimo La casa dalle finestre che ridono). E’ un film che tocca varie forme e sembra non assumerne una precisa, ma che paradossalmente si mantiene compatto nella sua struttura giallo-horror (cosa che Fulci non riuscirà a ripetere in Sette note in nero). Ha anche il merito di seguire in parte i canoni del thriller argentiano riuscendo comunque ad affrancarsi mantenendo un proprio stile.