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Milano odia: la polizia non può sparare

6 Giu

Umberto Lenzi, 1974

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Giulio Sacchi, un poveretto pieno di sé residente a Sesto San Giovanni, non ha la minima voglia di lavorare. Come sfamarsi? Rapinando una banca. Se va male la rapina, si possono chiedere i soldi alla fidanzata. Se la fidanzata non ne ha, dopo averla volgarmente posseduta si può sempre scassinare un distributore di sigarette, uccidendo un poliziotto anzichenò. Finché non si arriva a organizzare un sequestro di persona (Marilù, la figlia del commendatore), seminando terrore per mezzo Naviglio e mandando al creatore un sostanzioso numero di anime. Architettando, di conseguenza, un complicato sistema di alibi, tutto potrebbe anche filare liscio, a meno che il poveretto in questione non abbia una personalità esuberante, maniacale e sadica, e che la polizia non gli metta i bastoni fra le ruote.

Questa, molto concisamente, è la trama.

Non c’è onniscienza, consapevolezza o senso della giustizia che tengano: ogni volta che rivedo questo film non riesco a stare dalla parte del commissario. Sarà la recitazione straordinaria di Tomas Milian, impegnato in un’interpretazione che lo costringe a passare dalla ferocia di una crudeltà spietata all’innocenza di un martire zozzo, ma ogni volta provo un senso di fastidio verso quelle che qualcuno chiama “le forze del bene”: spero sempre, fino alla fine, che Giulio Sacchi la scampi.

Probabilmente è il sottile lavoro psicologico operato dal regista Umberto Lenzi a scatenare in me questo antigiustizialismo. Ogni personaggio è costruito secondo una sensibilità diversa, che segue un ordine stabilito: c’è il livello della giustizia, riservato al commissario. Poi quello dell’innocenza, dove si colloca la povera Iole Tucci, fidanzata di Giulio, freddamente gettata dalla scogliera di un lago da parte del di lei compagno. Segue il gradino dei morti ammazzati, siano essi poliziotti o criminali, borghesi o marchettare, senza distinzione, rispettivamente, di livello d’onestà o ceto sociale: indispensabile, però, per sviluppare il tema della lotta tra classi. Poi c’è il primo girone, quello degli assassini; è il girone di Carmine e Vittorio, ma non quello di Giulio: a lui spetta il livello peggiore, quello dei crudeli, perché uccide a sangue freddo, senza chiedersi se ne valesse la pena, ma di contro giustificando sempre il suo atto come necessario alla riuscita del piano.

Si veda lo schema come un cerchio, nel quale quest’ultimo anello si ricollega con il primo.

Alla fine del film le parti si invertono: Giulio entra nel livello della giustizia (non ai nostri occhi forse, ma a quelli di un ipotetico fruitore reale sì), perché assolto dai suoi capi d’accusa e messo al patibolo della giustizia sommaria del commissario, che senza uno straccio di prova spara, ritrovandosi al posto di Giulio nel girone dei crudeli.

Ho concepito questa struttura perché trovo lampante come Lenzi cerchi di analizzare i problemi di una società in contrasto con le sue componenti, e delle componenti della società in contrasto con se stesse: Giulio è un “dritto”, ma davanti alla morte ha paura; Iole è innamorata, ma pronta a denunciare il suo amato; Carmine uccide, ma muore cercando di vendicare la rapita; Vittorio è un assassino e obbedisce a Giulio, ma quando scopre che questo ha ammazzato l’amico cerca di aggredirlo e viene ucciso.

Analisi psicologica e strutturale a parte, eccoci arrivati ai punti che più interessano i lettori di Betty: pallottole e sangue, sex and violence. I morti non stanno sulle dita di due mani, per quanto gli omicidi non siano troppo truculenti: una scena che vale molto è quella nella casa in cui si rifugia Marilù, nella quale vengono uccise due donne, due uomini e una bambina. Le due donne e uno degli uomini vengono appesi a un lampadario e periscono sotto colpi di mitra, dopo che Giulio ha ucciso la figlia di una delle donne. Mio padre ne è rimasto sconcertato, e dopo anni che non vedeva il film ha chiuso gli occhi.

Infine, a livello tecnico questo film è una perla della cinematografia italiana. Godibilissimi raccordi tra le sequenze, e tra i più svariati: messa a fuoco graduale, ripresa delle battute o continuazione logica tra una scena e l’altra e chi più ne ha, più ne metta. Immancabili gli zoom rapidi nei momenti di tensione, soprattutto sui primi piani del viso dal basso in alto e sui cadaveri o (più raffinato) sul sangue dall’alto in basso. Zero soggettive. Molte riprese dall’auto, e pochissimi carrelli, ma un numero incalcolabile di zoom in avanti a stacco scena e all’indietro in apertura. Sì, hanno abusato di zoom.

Tirando le somme, il film è interessante sul piano psicologico, godibile per quel che riguarda la trama, formidabile stilisticamente ed esaltante per gli estimatori del genere. Betty e il sottoscritto lo consigliano a tutti, tranne ai bambini, ai romantici e ai sior Brambilla. E se c’è un ultimo avviso da dare, come se la violenza, il sangue e le atrocità di vario genere non bastassero, è che Tomas Milian mastica la gomma per l’ottanta percento del girato.

Ilsa, la belva delle SS

20 Mag

(Don Edmonds, 1975)

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Film tra i più celebri della cosiddetta nazisploitation, Ilsa, la belva delle SS non deluderà gli amanti degli splatter erotici: è infatti un potpourri di donne nude, sangue, torture, malignità e nazismo.

Soprattutto nazismo: non ci sono dieci inquadrature di fila (compresi i controcampi) nelle quali non si vedano una svastica o un ritratto di Hitler; ma non è solo questo.

Pur non vantando di una vera e propria trama, si può tracciare una panoramica degli avvenimenti: in un campo di ricerca medica in un non meglio specificato luogo della Germania, Ilsa (Dyanne Thorne), tremendo capitano nazista, non solo tortura le recluse ebree, ma gode nel portare a letto i prigionieri che, non sapendo soddisfarla, vengono sistematicamente evirati. Almeno fino a quando nel campo non arriva l’americano Wolf (Gregory Knoph), patriottico e spavaldo, il quale riuscirà a conquistare Ilsa grazie alle sue strabilianti doti in campo sessuale. Sarà inoltre lui stesso ad organizzare la rivolta dei detenuti, che da tempo coltivano la sete di vendetta.

Don Edmonds e Jonah Royston, rispettivamente regista e sceneggiatore, sanno pilotare lo svolgersi delle vicende in un meraviglioso climax di violenza, e le scelte registiche sono di una sobrietà che solo apparentemente non si sposa con l’estetica di un film di questo genere: vista la quantità di elementi sadici, troppo sangue (e comunque ce n’è) o scene di tortura troppo lunghe avrebbero rovinato il delizioso lavoro compiuto per rendere completamente asettico questo film.

Il pregio maggiore è di non portar via troppo tempo (96 minuti), inoltre la recitazione non è esasperata e non ci sono, nei personaggi, elementi che li rendano completamente odiosi allo spettatore. Non è la tortura l’essenza del film, sembrerebbe piuttosto il sangue unito ai corpi nudi femminili ad essere il centro nevralgico su cui il regista ha voluto far ruotare l’intero girato (oltre al nazismo, cardine però di una più becera volontà d’accusa, di cui sparlerò più tardi). Poche le scene senza sangue, ancor meno quelle con donne vestite, la belva verrà infine incastrata proprio a mezzo del sesso.

Per quel che riguarda invece il fine ultimo del film (e spero vivamente che il produttore, David F. Friedman, non si sia preso troppo sul serio), emblematica è la scritta che ne precede l’inizio: “con questo film vogliamo auspicare che tali spaventosi crimini non debbano più ripetersi” (firmato, tra l’altro, Herman Treager, dato che il suddetto produttore non ha voluto accreditarsi col suo vero nome). Lungi da me (e da Betty) ogni sorta di volontà apologetica (anzi appoggiamo, nel concetto, la frase), m’è parso inutile, in un film di genere, voler sottolineare un distacco ideologico; tanto più m’è parso un tantino becero (e ci si ritorna) voler affidare a Wolf, indiscusso salvatore dei reclusi, il ruolo del grande democratico, che ammonisce e cerca di frenare la sete di vendetta delle torturate, le quali vorrebbero rifarsi sul medico e sulle guardie del campo, finalmente nelle loro grinfie. Qui la parte dei cattivi la recitano i cattivi, quella dei buoni i buoni, senza che ci sia quell’inversione delle parti che tanto compiace il cinismo del sottoscritto; ma tant’è.

Se si tralascia questo exploit di benevolenza americana, il film rimane una chicca per quanti amano profondamente il genere, e trattandosi in questo caso di un vero e proprio mix di generi, in molti ne rimarranno soddisfatti. Senza dimenticare che, in Grindhouse, Tarantino e Rodriguez gli hanno dedicato uno dei fake-trailer (e, per quel che mi riguarda, fatto Machete potrebbero rifare questo).

Solo un particolare, durante lo scorrere delle scene, mi lasciava perplesso: come mai, dei molti proiettili infilati in altrettante fronti, nessuno facesse mai esplodere una testa.

Nemmeno in questo caso sono rimasto deluso.