D-mag intervista Betty

7 Ott

Doveva succedere. Betty ha rischiato di finire ar gabbio. Leggete l’interrogatorio di Federico Minetti per il magazine torinese D-mag, e non abbiate paura, nonostante i guai con le forze dell’ordine, resteremo in circolazione ancora per un bel po’.

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Il compleanno di Betty: finalmente on line il video

25 Set

Come iniziare meglio un nuovo anno carico di novità se non saldando un conto in sospeso? Ebbene, è ormai da mesi che millantiamo l’esistenza di un misterioso videotape contenente le scandalose riprese della festa di compleanno di Betty (risalente al lontano Aprile corrente anno). Debitamente corrotte, abbiamo ritenuto che poco c’importa se qualche testa salterà: il mondo deve sapere!

Milano odia: la polizia non può sparare

6 Giu

Umberto Lenzi, 1974

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Giulio Sacchi, un poveretto pieno di sé residente a Sesto San Giovanni, non ha la minima voglia di lavorare. Come sfamarsi? Rapinando una banca. Se va male la rapina, si possono chiedere i soldi alla fidanzata. Se la fidanzata non ne ha, dopo averla volgarmente posseduta si può sempre scassinare un distributore di sigarette, uccidendo un poliziotto anzichenò. Finché non si arriva a organizzare un sequestro di persona (Marilù, la figlia del commendatore), seminando terrore per mezzo Naviglio e mandando al creatore un sostanzioso numero di anime. Architettando, di conseguenza, un complicato sistema di alibi, tutto potrebbe anche filare liscio, a meno che il poveretto in questione non abbia una personalità esuberante, maniacale e sadica, e che la polizia non gli metta i bastoni fra le ruote.

Questa, molto concisamente, è la trama.

Non c’è onniscienza, consapevolezza o senso della giustizia che tengano: ogni volta che rivedo questo film non riesco a stare dalla parte del commissario. Sarà la recitazione straordinaria di Tomas Milian, impegnato in un’interpretazione che lo costringe a passare dalla ferocia di una crudeltà spietata all’innocenza di un martire zozzo, ma ogni volta provo un senso di fastidio verso quelle che qualcuno chiama “le forze del bene”: spero sempre, fino alla fine, che Giulio Sacchi la scampi.

Probabilmente è il sottile lavoro psicologico operato dal regista Umberto Lenzi a scatenare in me questo antigiustizialismo. Ogni personaggio è costruito secondo una sensibilità diversa, che segue un ordine stabilito: c’è il livello della giustizia, riservato al commissario. Poi quello dell’innocenza, dove si colloca la povera Iole Tucci, fidanzata di Giulio, freddamente gettata dalla scogliera di un lago da parte del di lei compagno. Segue il gradino dei morti ammazzati, siano essi poliziotti o criminali, borghesi o marchettare, senza distinzione, rispettivamente, di livello d’onestà o ceto sociale: indispensabile, però, per sviluppare il tema della lotta tra classi. Poi c’è il primo girone, quello degli assassini; è il girone di Carmine e Vittorio, ma non quello di Giulio: a lui spetta il livello peggiore, quello dei crudeli, perché uccide a sangue freddo, senza chiedersi se ne valesse la pena, ma di contro giustificando sempre il suo atto come necessario alla riuscita del piano.

Si veda lo schema come un cerchio, nel quale quest’ultimo anello si ricollega con il primo.

Alla fine del film le parti si invertono: Giulio entra nel livello della giustizia (non ai nostri occhi forse, ma a quelli di un ipotetico fruitore reale sì), perché assolto dai suoi capi d’accusa e messo al patibolo della giustizia sommaria del commissario, che senza uno straccio di prova spara, ritrovandosi al posto di Giulio nel girone dei crudeli.

Ho concepito questa struttura perché trovo lampante come Lenzi cerchi di analizzare i problemi di una società in contrasto con le sue componenti, e delle componenti della società in contrasto con se stesse: Giulio è un “dritto”, ma davanti alla morte ha paura; Iole è innamorata, ma pronta a denunciare il suo amato; Carmine uccide, ma muore cercando di vendicare la rapita; Vittorio è un assassino e obbedisce a Giulio, ma quando scopre che questo ha ammazzato l’amico cerca di aggredirlo e viene ucciso.

Analisi psicologica e strutturale a parte, eccoci arrivati ai punti che più interessano i lettori di Betty: pallottole e sangue, sex and violence. I morti non stanno sulle dita di due mani, per quanto gli omicidi non siano troppo truculenti: una scena che vale molto è quella nella casa in cui si rifugia Marilù, nella quale vengono uccise due donne, due uomini e una bambina. Le due donne e uno degli uomini vengono appesi a un lampadario e periscono sotto colpi di mitra, dopo che Giulio ha ucciso la figlia di una delle donne. Mio padre ne è rimasto sconcertato, e dopo anni che non vedeva il film ha chiuso gli occhi.

Infine, a livello tecnico questo film è una perla della cinematografia italiana. Godibilissimi raccordi tra le sequenze, e tra i più svariati: messa a fuoco graduale, ripresa delle battute o continuazione logica tra una scena e l’altra e chi più ne ha, più ne metta. Immancabili gli zoom rapidi nei momenti di tensione, soprattutto sui primi piani del viso dal basso in alto e sui cadaveri o (più raffinato) sul sangue dall’alto in basso. Zero soggettive. Molte riprese dall’auto, e pochissimi carrelli, ma un numero incalcolabile di zoom in avanti a stacco scena e all’indietro in apertura. Sì, hanno abusato di zoom.

Tirando le somme, il film è interessante sul piano psicologico, godibile per quel che riguarda la trama, formidabile stilisticamente ed esaltante per gli estimatori del genere. Betty e il sottoscritto lo consigliano a tutti, tranne ai bambini, ai romantici e ai sior Brambilla. E se c’è un ultimo avviso da dare, come se la violenza, il sangue e le atrocità di vario genere non bastassero, è che Tomas Milian mastica la gomma per l’ottanta percento del girato.

Mars Attacks!

4 Giu

Tim Burton, 1996

di Giannantonio Nero

Come fare il verso scanzonato alla fantascienza degli anni ’50? Tim Burton propone la sua versione dei fatti. Il regista, che aveva precedentemente diretto il film biografico Ed Wood (1994), su uno degli indiscussi maestri del genere b-movie, lascia le sue tipiche atmosfere gothic-dark, per dedicarsi ad uno stile che si avvicina molto all’animazione, ad esempio i cattivissimi invasori spaziali sono realizzati utilizzando la computer grafica.
Anche se sembra ambientata in un’epoca contemporanea, la pellicola, come già detto, richiama uno stile simile a quello degli anni ’50, soprattutto notiamo l’anacronistica presenza di armi e mezzi di trasporto dei quali lo zio Sam non dispone da alcuni decenni. Il tutto è chiaramente voluto da Burton, proprio per omaggiare il genere fantascientifico tipico in passato.

Nel film si intrecciano le vite e le vicende di americani più o meno normali. Il presidente Jack Nicholson, la first lady Glenn Close e la loro figlia, la neo vincitrice dell’Oscar Natalie Portman. I tipici provincialotti cafoni, tra i quali un giovane Jack Black marine fanatico. Un gruppetto di vari personaggi a Las Vegas, con un cameo di Tom Jones nella parte di sé stesso, oltre a Danny de Vito e ancora Jack Nicholson, nei panni di un poco onesto proprietario di hotel-casinò, che viene distrutto nell’attacco a Las Vegas. Proprio queste scene vennero girate dal vivo, quando casualmente ci fu la necessità di demolire un vecchio edificio per fare posto a nuove strutture, pratica molto diffusa e consueta nella famosa città del gioco d’azzardo, e poi montate con tutto il resto. I militari non del tutto convinti sulle intenzioni dei visitatori extraplanetari, con Pierce Brosnan, penultimo 007 sul grande schermo, nella parte del consulente scientifico della Casa Bianca, convinto della venuta pacifica dei marziani. Il mondo dell’informazione giornalistica a caccia di scoop, con le sembianze di Michael J. Fox e di Sara Jessica Parker (simpatico il trattamento riservato alla futura Carrie di Sex and the city dagli invasori alieni), che offrono ai cine e tele spettatori una descrizione del primo incontro tra terrestri e marziani molto simile a quella della famosa trasmissione radiofonica ad opera di Orson Welles.
Un cast “stellare”, che fa da cornice alla divertente storia, dalla recitazione certamente non tra le più impegnate di Hollywood. Senza trascurare i molto aggressivi omini verdi, in questo caso più grigiastri, dal corpo smunto, il tipico testone alieno e gli occhioni sparati fuori dalle orbite.

Fin dal primo contatto sono chiare le intenzioni bellicose dei cattivissimi marziani, che spazzano via ogni forma di opposizione terrestre a colpi di raggi laser disintegratori e che poco apprezzano le forme di vita umane, tranne che per i vizi e i divertimenti.

A differenza di Mars Attacks!, all’epoca delle pellicole originali, gli omini verdi, provenienti dal Pianeta Rosso, si collocavano idealmente al fianco di altri storici nemici della cinematografia a stelle e strisce: i redskin, i pellerossa. Il rosso aveva una precisa simbologia negli USA, perché i rossi erano i sovietici, ma anche i comunisti in genere, il nemico numero 1 del popolo statunitense in quegl’anni, tra paure nucleari e caccia alle streghe Maccartista.
Ovviamente, all’epoca dell’uscita di Mars Attacks! si era lontani alcuni anni dalla caduta del Muro e dagli ideali politici di decenni prima.

Si potrebbe fare, invece, un particolare accostamento con un’altra produzione sci-fi proprio dello stesso 1996: Indipendence Day. Mentre Tim Burton ha volutamente proposto un approccio comico al genere catastrofico spaziale come personale tributo, Roland Emmerich ha affrontato lo stesso tema in maniera seria, strizzando l’occhio ad alcune celebri teorie del complotto (lo schianto UFO su Roswell, presunti rapimenti alieni, la misteriosa Area 51). Un fattore comune tra le due produzioni, però, è l’iniziale e, a quanto si capisce nel corso dei minuti, infondata fiducia da parte dei terrestri in intenzioni pacifiche da parte degli invasori.

Tuttavia, come nella stragrande maggioranza delle pellicole con antagonisti extraterrestri ostili, anche in Mars Attacks! alla fine gli esseri umani, sebbene disperati, stremati e tecnologicamente inferiori, arrivano alla vittoria, tra manifestazioni di giubilo e, soprattutto, di fratellanza planetaria, presenti, forse, solo nella fantascienza cinematografica.

Ilsa, la belva delle SS

20 Mag

(Don Edmonds, 1975)

di Andrea Umberto Maria Giacometti

Film tra i più celebri della cosiddetta nazisploitation, Ilsa, la belva delle SS non deluderà gli amanti degli splatter erotici: è infatti un potpourri di donne nude, sangue, torture, malignità e nazismo.

Soprattutto nazismo: non ci sono dieci inquadrature di fila (compresi i controcampi) nelle quali non si vedano una svastica o un ritratto di Hitler; ma non è solo questo.

Pur non vantando di una vera e propria trama, si può tracciare una panoramica degli avvenimenti: in un campo di ricerca medica in un non meglio specificato luogo della Germania, Ilsa (Dyanne Thorne), tremendo capitano nazista, non solo tortura le recluse ebree, ma gode nel portare a letto i prigionieri che, non sapendo soddisfarla, vengono sistematicamente evirati. Almeno fino a quando nel campo non arriva l’americano Wolf (Gregory Knoph), patriottico e spavaldo, il quale riuscirà a conquistare Ilsa grazie alle sue strabilianti doti in campo sessuale. Sarà inoltre lui stesso ad organizzare la rivolta dei detenuti, che da tempo coltivano la sete di vendetta.

Don Edmonds e Jonah Royston, rispettivamente regista e sceneggiatore, sanno pilotare lo svolgersi delle vicende in un meraviglioso climax di violenza, e le scelte registiche sono di una sobrietà che solo apparentemente non si sposa con l’estetica di un film di questo genere: vista la quantità di elementi sadici, troppo sangue (e comunque ce n’è) o scene di tortura troppo lunghe avrebbero rovinato il delizioso lavoro compiuto per rendere completamente asettico questo film.

Il pregio maggiore è di non portar via troppo tempo (96 minuti), inoltre la recitazione non è esasperata e non ci sono, nei personaggi, elementi che li rendano completamente odiosi allo spettatore. Non è la tortura l’essenza del film, sembrerebbe piuttosto il sangue unito ai corpi nudi femminili ad essere il centro nevralgico su cui il regista ha voluto far ruotare l’intero girato (oltre al nazismo, cardine però di una più becera volontà d’accusa, di cui sparlerò più tardi). Poche le scene senza sangue, ancor meno quelle con donne vestite, la belva verrà infine incastrata proprio a mezzo del sesso.

Per quel che riguarda invece il fine ultimo del film (e spero vivamente che il produttore, David F. Friedman, non si sia preso troppo sul serio), emblematica è la scritta che ne precede l’inizio: “con questo film vogliamo auspicare che tali spaventosi crimini non debbano più ripetersi” (firmato, tra l’altro, Herman Treager, dato che il suddetto produttore non ha voluto accreditarsi col suo vero nome). Lungi da me (e da Betty) ogni sorta di volontà apologetica (anzi appoggiamo, nel concetto, la frase), m’è parso inutile, in un film di genere, voler sottolineare un distacco ideologico; tanto più m’è parso un tantino becero (e ci si ritorna) voler affidare a Wolf, indiscusso salvatore dei reclusi, il ruolo del grande democratico, che ammonisce e cerca di frenare la sete di vendetta delle torturate, le quali vorrebbero rifarsi sul medico e sulle guardie del campo, finalmente nelle loro grinfie. Qui la parte dei cattivi la recitano i cattivi, quella dei buoni i buoni, senza che ci sia quell’inversione delle parti che tanto compiace il cinismo del sottoscritto; ma tant’è.

Se si tralascia questo exploit di benevolenza americana, il film rimane una chicca per quanti amano profondamente il genere, e trattandosi in questo caso di un vero e proprio mix di generi, in molti ne rimarranno soddisfatti. Senza dimenticare che, in Grindhouse, Tarantino e Rodriguez gli hanno dedicato uno dei fake-trailer (e, per quel che mi riguarda, fatto Machete potrebbero rifare questo).

Solo un particolare, durante lo scorrere delle scene, mi lasciava perplesso: come mai, dei molti proiettili infilati in altrettante fronti, nessuno facesse mai esplodere una testa.

Nemmeno in questo caso sono rimasto deluso.

Machete

19 Mag

di elisa cuter


Gli altri ti chiudono il telefono in faccia, Machete lo distrugge schiacciandolo in una mano.
Un po’ come Chuck Norris, insomma, il nostro fa la sua comparsa in un prologo che è una palese dichiarazione d’intenti. Del resto c’era da aspettarselo,dal momento che il film è nato perché Robert Rodriguez ha deciso di prendere sul serio lo scherzo dei finti trailer in apertura di Grindhouse.
Dunque, Machete è un agente federale messicano che vuole vendicarsi del trafficante Torrez (uno Steven Seagal molto ingrassato) che gli ha sterminato la famiglia, ma finisce in una trappola che tira in ballo la rete di supporto per l’immigrazione clandestina da un lato e il partito xenofobo texano dall’altra.
Non si vedeva un protagonista così taciturno dai tempi di Buster Keaton, ma Machete non poteva che essere così: poche parole ma memorabili (su tutte il laconico “Machete non manda messaggi”, del quale si prevedono citazioni frequenti e magari un remix dance). Certo si sente la mancanza di Tarantino nei dialoghi: scarsi, talvolta didascalici (come i file che spiegano i loschi piani propagandistici di Jeff Fahey: che quelli di Ali G in confronto sembrano roba da genio del male), decisamente banali nel loro essere una mera successione di frasi ad effetto.
Non avrà la raffinatezza e la genialità di Tarantino, ma è anche per questo che ci è sempre piaciuto, in fondo, il buon Rodriguez: per la sua schietta vocazione al puro godimento del più becero spettacolo pulp, senza mezzi termini e senza eccessiva distanza ironica: se Tarantino è il fichetto più amato dai cinefili snob, Rodriguez è sempre stato il suo fratellino un po’ cazzone e veramente disturbato. Impagabili sono infatti alcune sequenze, come quella dell’intestino usato come liana (di quasi venti metri, anatomically correct!), o le piccole chicche comiche come la scelta della colonna sonora da porno d’antan per i momenti hot (purtroppo rari, nonostante la donna nuda con il cellulare in “tasca” dell’intro lasciasse presagire di meglio), o il personaggio dello scagnozzo che vomita alla vista del sangue.
Più che le scene splatter (in cui Machete adopera gli oggetti più disparati come armi contundenti), distribuite comunque con (relativa) moderazione, restano in mente i fermo-immagine o le scene al ralenti in cui il nostro salta dalle (e sulle) esplosioni con il suo tarrissimo chopper pimpato, o roteando sopra la testa il suo machete. Senza mai cambiare espressione.

Il ragazzone infatti non perde mai il suo aplomb e la sua aria truce ma distaccata che, stando alle sue conquiste, invera la diceria secondo la quale il fascino del tenebroso di poche parole riesce a far passare le ragazze sopra a tutto il resto (in questo caso capelli unti e faccia butterata, tanto per dirne due). Memorabile la chiusa in stile fiaba Disney con Machete e la poliziotta superfica Jessica Alba che dopo un bacio a fior di labbra si allontanano in moto all’orizzonte.
D’altra parte, proprio di una favola si tratta, e Machete è il solito duro dal cuore tenero: brutto, sporco e cattivo, e pure di sinistra. Certo le velleità filoproletarie servono più che altro ad imbastire la (debole) trama, ma si deve ammettere che i messaggi elettorali del senatore McLaughlin (niente meno che Robert De Niro) avevano qualcosa di preoccupantemente familiare per chi proviene da una cittadina leghista del nord italia, e che quando l’agente Sartana, da frigida giustizialista, si scopre paladina dei reietti al grido di: “Non siamo noi a violare il confine, è il confine a violare noi!” (saltando in piedi su una macchina coi tacchi come ogni latina che si rispetti, da Jennifer Lopez in giù) è stato difficile reprimere un timido accenno di vittorioso pugno alzato. Specialmente in questi giorni.

Go east! Betty al Far East Film Festival

14 Mag

di elisa cuter

Bisogna ammettere che Betty non è ferratissima quanto a cinema orientale, se si fa eccezione per due suoi classici ai quali è molto affezionata (il primo un cult assoluto, il secondo probabilmente ignoto ai più, ma che vi garantiamo ha mandato in deliquio il vostro manichino di fiducia).
Mettersi sulla via del nord-est (e qui stiamo parlando del Friuli) sulle tracce del far east (e qui stiamo parlando dell’Asia) poteva dunque sembrare una mossa azzardata. Ma è bastato questo trailer geniale in apertura alla prima proiezione per farci capire di aver preso la strada giusta! E infatti Betty è riuscita a scovare anche qui numerose perline, in realtà non rare in quello che si autodefiniva -a ragione- “il festival più pop che possiate immaginare!”.
Fra una siesta sotto l’ombrellone, uno spritz e un djset la vostra cara Betty è riuscita a stilare una fitta lista di film da non perdere, dove il comun denominatore sembra essere la difficile prevedibilità delle trame a un occhio occidentale, e la tematica erotico-sentimentale (resteranno purtroppo a bocca asciutta i fan delle arti marziali e dell’horror, che sulla carta sarebbero proprio i due generi più d’esportazione).
Si parte con Foxy Festival, del coreano Lee Hae-young, commedia tutta incentrato sulle curiose perversioni di pochi personaggi che , parafrasando i Beastie Boys, lottano “for their right / to paaaaaarty!” (e di essere se stessi): dal porcaro innamorato della sua real-doll (interpretato da Ryoo Seoung-bum, l’uomo meraviglioso in giacca bianca, mocassini leopardati e occhiali a specchio durante la conferenza stampa) e quindi insensibile alle innamorate avances della liceale che vende le sue mutandine usate; alla madre di quest’ultima che da signora perbene in abiti tradizionali si scopre dominatrix con il commesso della ferramenta di fronte a casa; fino al professore di liceo che ama correre di notte per la città indossando biancheria femminile sventolando un foulard. L’amore trionfa alla fine, come in uno shojo manga, sulle note di un motivetto da teen-idol, e anche quello che è il personaggio negativo della storia, il poliziotto con ansia da prestazione (e da dimensione) ha la sua redenzione. Ma prima ci sono momenti di trash precedentemente raggiunto solamente (forse) dalla fiction italiana Amiche mie dove l’agognato raggiungimento dell’orgasmo di Margherita Buy viene raffigurato dal suo cavalcare un pesce in un tripudio di mille bolle blu -e di brutti effetti in digitale- (no joke). Ad esempio l’immaginaria cavalcata stile rodeo di un maxivibratore da parte della donna del poliziotto, la scena in cui la ragazzina indossa memorabili pantofole a forma di tette, o il prendere vita e ammiccare della real-doll sopraccitata (momento nel quale Betty non ha potuto fare a meno di provare una certa commossa empatia).
Un altro film da segnalare è il delirante Forever, commedia nero-rosa proveniente da Singapore e diretta da Wee Li Lin. Si tratta di una storia inquietantissima di stalking sotto le false spoglie di una rom-com come tante: Joey lavora per un’agenzia matrimoniale ma è ancora single, e innamorata dell’attore di un video promozionale da lei girato, già prossimo alle nozze con la conturbante Cecilia. L’ossessione amorosa di Joey cresce generando equivoci e sogni ad occhi aperti barocchi in modo imbarazzante (ma è facile scadere nell’eccesso quando in generale a Singapore la gente il giorno delle nozze si veste di azzzurro o rosa pastello…), fino a condurla ad una casa di cura. Il finale aperto, in cui il suo principe azzurro viene ad attenderla all’uscita, ci catapulta infine direttamente nella fantasia malata di questa ragazza rovinata dal romanticismo stereotipato, dove persino i sacchetti dell’immondizia diventano palloncini. Ne viene fuori una parodia amara (e da far davvero venire i brividi) di tutto un certo tipo di produzione cinematografica.
Da segnalare anche la presenza al festival della rassegna Pink Wink!, un tributo alla casa di produzione Kokuei, specializzata in Pink eiga, film soft-core destinati al circuito dei cinema a luci rosse. Ne faceva parte An aria on gazes, film di Sato Isayasu del 1992, il cui sottotitolo potrebbe essere “ceci n’est pas un pip(p)e”, sia per l’onirismo da cui è pervaso tutto il film (per la verità più lynchiano che surrealista), che per il fatto che nonostante la sua durata di un’ora è quanto di più lontano da quello che ci si potrebbe aspettare di vedere andando al cinema per certi scopi: alle scene nel sex club dove le donne sono addormentate con barbiturici e allucinogeni per essere alla mercé dei clienti, si alternano quelle allucinate della protagonista drogata, e lunghe inquadrature di un obiettivo che osserva e filma tutto come un novello e ugualmente straniante Hal 9000.
Infine, una nota di demerito va alla versione cinese di What women want, di Chen Daming. Un remake censurato, sbrodolato, scontatissimo e ancora più noioso dell’originale hollywoodiano, anche se bisogna ammettere che vedere sullo schermo Gong Li e Andy Lau era comunque meglio di vederci Mel Gibson.
Mentre il personale “Gelso d’oro” di Betty va attribuito a un film filippino dell’80 presente nella rassegna “Asia Laughs!”: Will your heart beat faster? di Mike De Leon, dove due coppie di ragazzi ganzi del quartiere (due hostess e due musicisti con tanto di baffoni e look da disco music) si trovano loro malgrado in mezzo ad un traffico di misteriose musicassette contenenti droga, fra gangster incapaci, finti religiosi, trip lisergici e ottuagenarie donne delle pulizie certe di rischiare continuamente lo stupro.
Questo finale poi smaschera una competizione fra Cina e Giappone per costruire una fabbrica nelle Filippine, e prima di un duello con katane chiaramente evocanti le spade laser, i due cattivi (un samurai e la proprietaria di un ristorante cinese) si incalzano vicendevolmente: “Qui sorgerà la fabbrica del grande Giappone”, “Ma se è tanto grande perché non la costruisci là?”, “Perché qui la manodopera costa molto meno!”, il tutto cantato in stile a metà fra l’ operistico e l’hard rock. Ma ciò che maggiormente ha fatto scoppiare a ridere in sala chi scrive, è stato scoprire che Sister Act era un plagio.