Machete

19 Mag

di elisa cuter


Gli altri ti chiudono il telefono in faccia, Machete lo distrugge schiacciandolo in una mano.
Un po’ come Chuck Norris, insomma, il nostro fa la sua comparsa in un prologo che è una palese dichiarazione d’intenti. Del resto c’era da aspettarselo,dal momento che il film è nato perché Robert Rodriguez ha deciso di prendere sul serio lo scherzo dei finti trailer in apertura di Grindhouse.
Dunque, Machete è un agente federale messicano che vuole vendicarsi del trafficante Torrez (uno Steven Seagal molto ingrassato) che gli ha sterminato la famiglia, ma finisce in una trappola che tira in ballo la rete di supporto per l’immigrazione clandestina da un lato e il partito xenofobo texano dall’altra.
Non si vedeva un protagonista così taciturno dai tempi di Buster Keaton, ma Machete non poteva che essere così: poche parole ma memorabili (su tutte il laconico “Machete non manda messaggi”, del quale si prevedono citazioni frequenti e magari un remix dance). Certo si sente la mancanza di Tarantino nei dialoghi: scarsi, talvolta didascalici (come i file che spiegano i loschi piani propagandistici di Jeff Fahey: che quelli di Ali G in confronto sembrano roba da genio del male), decisamente banali nel loro essere una mera successione di frasi ad effetto.
Non avrà la raffinatezza e la genialità di Tarantino, ma è anche per questo che ci è sempre piaciuto, in fondo, il buon Rodriguez: per la sua schietta vocazione al puro godimento del più becero spettacolo pulp, senza mezzi termini e senza eccessiva distanza ironica: se Tarantino è il fichetto più amato dai cinefili snob, Rodriguez è sempre stato il suo fratellino un po’ cazzone e veramente disturbato. Impagabili sono infatti alcune sequenze, come quella dell’intestino usato come liana (di quasi venti metri, anatomically correct!), o le piccole chicche comiche come la scelta della colonna sonora da porno d’antan per i momenti hot (purtroppo rari, nonostante la donna nuda con il cellulare in “tasca” dell’intro lasciasse presagire di meglio), o il personaggio dello scagnozzo che vomita alla vista del sangue.
Più che le scene splatter (in cui Machete adopera gli oggetti più disparati come armi contundenti), distribuite comunque con (relativa) moderazione, restano in mente i fermo-immagine o le scene al ralenti in cui il nostro salta dalle (e sulle) esplosioni con il suo tarrissimo chopper pimpato, o roteando sopra la testa il suo machete. Senza mai cambiare espressione.

Il ragazzone infatti non perde mai il suo aplomb e la sua aria truce ma distaccata che, stando alle sue conquiste, invera la diceria secondo la quale il fascino del tenebroso di poche parole riesce a far passare le ragazze sopra a tutto il resto (in questo caso capelli unti e faccia butterata, tanto per dirne due). Memorabile la chiusa in stile fiaba Disney con Machete e la poliziotta superfica Jessica Alba che dopo un bacio a fior di labbra si allontanano in moto all’orizzonte.
D’altra parte, proprio di una favola si tratta, e Machete è il solito duro dal cuore tenero: brutto, sporco e cattivo, e pure di sinistra. Certo le velleità filoproletarie servono più che altro ad imbastire la (debole) trama, ma si deve ammettere che i messaggi elettorali del senatore McLaughlin (niente meno che Robert De Niro) avevano qualcosa di preoccupantemente familiare per chi proviene da una cittadina leghista del nord italia, e che quando l’agente Sartana, da frigida giustizialista, si scopre paladina dei reietti al grido di: “Non siamo noi a violare il confine, è il confine a violare noi!” (saltando in piedi su una macchina coi tacchi come ogni latina che si rispetti, da Jennifer Lopez in giù) è stato difficile reprimere un timido accenno di vittorioso pugno alzato. Specialmente in questi giorni.

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