Go east! Betty al Far East Film Festival

14 Mag

di elisa cuter

Bisogna ammettere che Betty non è ferratissima quanto a cinema orientale, se si fa eccezione per due suoi classici ai quali è molto affezionata (il primo un cult assoluto, il secondo probabilmente ignoto ai più, ma che vi garantiamo ha mandato in deliquio il vostro manichino di fiducia).
Mettersi sulla via del nord-est (e qui stiamo parlando del Friuli) sulle tracce del far east (e qui stiamo parlando dell’Asia) poteva dunque sembrare una mossa azzardata. Ma è bastato questo trailer geniale in apertura alla prima proiezione per farci capire di aver preso la strada giusta! E infatti Betty è riuscita a scovare anche qui numerose perline, in realtà non rare in quello che si autodefiniva -a ragione- “il festival più pop che possiate immaginare!”.
Fra una siesta sotto l’ombrellone, uno spritz e un djset la vostra cara Betty è riuscita a stilare una fitta lista di film da non perdere, dove il comun denominatore sembra essere la difficile prevedibilità delle trame a un occhio occidentale, e la tematica erotico-sentimentale (resteranno purtroppo a bocca asciutta i fan delle arti marziali e dell’horror, che sulla carta sarebbero proprio i due generi più d’esportazione).
Si parte con Foxy Festival, del coreano Lee Hae-young, commedia tutta incentrato sulle curiose perversioni di pochi personaggi che , parafrasando i Beastie Boys, lottano “for their right / to paaaaaarty!” (e di essere se stessi): dal porcaro innamorato della sua real-doll (interpretato da Ryoo Seoung-bum, l’uomo meraviglioso in giacca bianca, mocassini leopardati e occhiali a specchio durante la conferenza stampa) e quindi insensibile alle innamorate avances della liceale che vende le sue mutandine usate; alla madre di quest’ultima che da signora perbene in abiti tradizionali si scopre dominatrix con il commesso della ferramenta di fronte a casa; fino al professore di liceo che ama correre di notte per la città indossando biancheria femminile sventolando un foulard. L’amore trionfa alla fine, come in uno shojo manga, sulle note di un motivetto da teen-idol, e anche quello che è il personaggio negativo della storia, il poliziotto con ansia da prestazione (e da dimensione) ha la sua redenzione. Ma prima ci sono momenti di trash precedentemente raggiunto solamente (forse) dalla fiction italiana Amiche mie dove l’agognato raggiungimento dell’orgasmo di Margherita Buy viene raffigurato dal suo cavalcare un pesce in un tripudio di mille bolle blu -e di brutti effetti in digitale- (no joke). Ad esempio l’immaginaria cavalcata stile rodeo di un maxivibratore da parte della donna del poliziotto, la scena in cui la ragazzina indossa memorabili pantofole a forma di tette, o il prendere vita e ammiccare della real-doll sopraccitata (momento nel quale Betty non ha potuto fare a meno di provare una certa commossa empatia).
Un altro film da segnalare è il delirante Forever, commedia nero-rosa proveniente da Singapore e diretta da Wee Li Lin. Si tratta di una storia inquietantissima di stalking sotto le false spoglie di una rom-com come tante: Joey lavora per un’agenzia matrimoniale ma è ancora single, e innamorata dell’attore di un video promozionale da lei girato, già prossimo alle nozze con la conturbante Cecilia. L’ossessione amorosa di Joey cresce generando equivoci e sogni ad occhi aperti barocchi in modo imbarazzante (ma è facile scadere nell’eccesso quando in generale a Singapore la gente il giorno delle nozze si veste di azzzurro o rosa pastello…), fino a condurla ad una casa di cura. Il finale aperto, in cui il suo principe azzurro viene ad attenderla all’uscita, ci catapulta infine direttamente nella fantasia malata di questa ragazza rovinata dal romanticismo stereotipato, dove persino i sacchetti dell’immondizia diventano palloncini. Ne viene fuori una parodia amara (e da far davvero venire i brividi) di tutto un certo tipo di produzione cinematografica.
Da segnalare anche la presenza al festival della rassegna Pink Wink!, un tributo alla casa di produzione Kokuei, specializzata in Pink eiga, film soft-core destinati al circuito dei cinema a luci rosse. Ne faceva parte An aria on gazes, film di Sato Isayasu del 1992, il cui sottotitolo potrebbe essere “ceci n’est pas un pip(p)e”, sia per l’onirismo da cui è pervaso tutto il film (per la verità più lynchiano che surrealista), che per il fatto che nonostante la sua durata di un’ora è quanto di più lontano da quello che ci si potrebbe aspettare di vedere andando al cinema per certi scopi: alle scene nel sex club dove le donne sono addormentate con barbiturici e allucinogeni per essere alla mercé dei clienti, si alternano quelle allucinate della protagonista drogata, e lunghe inquadrature di un obiettivo che osserva e filma tutto come un novello e ugualmente straniante Hal 9000.
Infine, una nota di demerito va alla versione cinese di What women want, di Chen Daming. Un remake censurato, sbrodolato, scontatissimo e ancora più noioso dell’originale hollywoodiano, anche se bisogna ammettere che vedere sullo schermo Gong Li e Andy Lau era comunque meglio di vederci Mel Gibson.
Mentre il personale “Gelso d’oro” di Betty va attribuito a un film filippino dell’80 presente nella rassegna “Asia Laughs!”: Will your heart beat faster? di Mike De Leon, dove due coppie di ragazzi ganzi del quartiere (due hostess e due musicisti con tanto di baffoni e look da disco music) si trovano loro malgrado in mezzo ad un traffico di misteriose musicassette contenenti droga, fra gangster incapaci, finti religiosi, trip lisergici e ottuagenarie donne delle pulizie certe di rischiare continuamente lo stupro.
Questo finale poi smaschera una competizione fra Cina e Giappone per costruire una fabbrica nelle Filippine, e prima di un duello con katane chiaramente evocanti le spade laser, i due cattivi (un samurai e la proprietaria di un ristorante cinese) si incalzano vicendevolmente: “Qui sorgerà la fabbrica del grande Giappone”, “Ma se è tanto grande perché non la costruisci là?”, “Perché qui la manodopera costa molto meno!”, il tutto cantato in stile a metà fra l’ operistico e l’hard rock. Ma ciò che maggiormente ha fatto scoppiare a ridere in sala chi scrive, è stato scoprire che Sister Act era un plagio.

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