SCRE4M

3 Mag

Di Brus

Scream 4 – Wes Craven – 2011
Il maestro della tensione Wes Craven si dà al cinema autocelebrativo e riporta sui grandi schermi un tizio in saio nero e volto mascherato che non si faceva vedere da ben 11 anni nonostante nell’immaginario popolare costituisca da allora una figura iconica. SCRE4M. Un sequel che sa tanto di remake dell’originale Scream del 1996. Un’opera dal sapore beffardo e dal retrogusto nostalgico.

Lo schema narrativo è sempre il solito (e gode nell’esserlo): lo stalker cinefilo che gioca con le sue vittime al telefono un po’ come il gatto gioca con la lucertola prima di mangiarla, i teen-ager americani dai connotati (oggi ancora più di ieri) fortemente stereotipati e pirandelliani, la trovata sempre avvincente di farti sospettare di personaggi che dopo pochi minuti vengono uccisi. Se SCRE4M fosse solo questo risulterebbe un’opera intenzionalmente ordinaria, già vista. Ma al contrario si autoproclama come chiosa della trilogia precedente in maniera straordinariamente riflessiva, obbligata com’è a discostarsi dai favolosi anni ’90 (che però restano ben presenti nella cittadina di Woodsboro, incatenata nel tempo e in lotta continua con i fantasmi del passato) per accarezzare con la delicatezza tipica del filone slasher i temi della postmodernità.

Di fatto la trama di fondo assume quasi un valore pretestuoso (o pretestuale) di fronte alla mole di accezioni che assume una pellicola con così tante chiavi di lettura. È meta-cinema allo stato brado in grado di porre lo spettatore in una condizione di imbarazzo metafisico nel chiedersi a metà film: “Ma avrò imboccato la strada giusta o sarò intrappolato nell’ennesimo film dentro il film dentro il film dentro il film?”. E come se non bastasse il sistema di scatole cinesi che ricorda tanto l’eXistenZ di Cronenberg (o sarebbe meglio chiamarlo Trascendenz?) l’appassionato di cinema si trova catapultato in una cornucopia di riferimenti e ipercitazionismo quando dotto, quando popolare. Il continuo dialogo fra passato e presente (futuro?) si incastona così in diverse dimensioni interpretative: 1) Nell’universo degli eventi del film (un universo che vuole essere statico; titubante di fronte all’evoluzione del mondo) mettendo di fronte la vecchia (più impacciata che intraprendente) con la nuova generazione (così dannatamente meravigliosamente simile alla vecchia quando era ancora giovane). 2) Gli enciclopedici e continui rimandi a film del genere horror (il che aprirebbe una serie di disquisizioni sulla questione meta-concettuale. “In SCRE4M esiste la storia del cinema; ma SCRE4M è consapevole di farne parte?”. Chi vi scrive risponderebbe di sì. Ai posteri l’ardua sentenza); L’ultima casa a sinistra [Buon vecchio Craven!] vs. Saw, Halloween vs. Le colline hanno gli occhi [Buon vecchio Craven!], Nightmare [Buon vecchio Craven! L’encomio di te stesso!] vs. Amityville Horror ETC. 3) Il riferimento alla matrice soggettiva che oggi, ma nacque ieri, domina il genere cinematografico in questione (The Blair Witch Progect (1999 – forse capostipite del genere), [REC], Cloverfield, fino agli ultimissimi Paranormal Activity, Il Rito, ETC). Eppure quello della meta-soggettiva (l’ennesimo meta-) resta un monito che rimane puramente accademico dato che in SCRE4M, se non in qualche fulmineo accenno provocatorio, la struttura del montaggio è rigorosamente votata agli stilemi tecnici di un decennio fa. si E fra la moltitudine di titoli sparati a raffica (omicida) compare timido anche l’italiano Suspiria (1977) del maestro Dario Argento. Forse unica misera nota italiana all’interno dell’opera oltre all’accento politico che costituisce il pre-finale e suggerisce un’antica, seppur posta in termini estremamente nuovi ed efficaci, speculazione sociologica: “Perché dovrei studiare o lavorare quando posso garantirmi un posto da Star grazie alla mia tragedia personale?”.

E poi tanti altri piccoli particolari che inanellano il film lasciando illibate le atmosfere anni ’90 (nella testa riecheggiano romantiche le musiche di Dawson’s Creek e Beverly Hills 90210) che inevitabilmente diffondono quella nostalgia da Pigiama Party. Ghostface assume il volto di icona pop (anche grazie a, o per colpa di, film come Scary Movie (2000) o Shriek – Hai impegni per Venerdì 17? (2000) che ne hanno forzato la componente parodica a tal punto da destabilizzare quella tensiva) e gli adolescenti di Woodsboro lo venerano e conoscono a memoria l’interminabile serie di film (Stab – Squartati) derivata dal suo ultimo massacro e dalla leggenda che si porta dietro. Ghostface è l’unico senso di Woodsboro.

Conoscere le regole dell’horror non ti salverà questa volta; questa volta lui si filma e si firma ponendosi ancora di più sopra le regole del gioco (Funny Games? Haneke?). Perché di gioco si tratta
La paura ha il solito vecchio volto bianco.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: